COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE.

QUESTO BLOG UTILIZZA COOKIES ,ANCHE DI TERZE PARTI.SCORRENDO QUESTA PAGINA ,CLICCANDO SU UN LINK O PROSEGUENDO LA NAVIGAZIONE IN ALTRA MANIERA ,ACCONSENTI ALL'USO DEI COOKIES.SE VUOI SAPERNE DI PIU' O NEGARE IL CONSENSO A TUTTI O AD ALCUNI COOKIES LEGGI LA "COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE".

20 settembre 2017

Milano: Domenica 24 settembre “Sotto questo sole, la centrale a carbone e le colpe di nessuno”




Roma, 18 settembre 2017

Milano: Domenica 24 settembre “Sotto questo sole, la centrale a carbone e le    colpe di nessuno” scritto,                         diretto e interpretato da Bebo Storti
Spettacolo teatrale promosso dal                          WWF Italia  e Officine Soliman
Ospitato presso la sede del WWF Italia di Milano,
Via Tommaso da Cazzaniga (Metro Moscova)
Domenica 24 settembre alle ore 21, nell’ambito dell’iniziativa Green City del Comune             di Milano, il WWF Italia ospiterà presso i suggestivi giardini della sua sede milanese in Via           Tommaso da Cazzaniga la prima nazionale dello spettacolo teatrale “Sotto questo sole,             la centrale a carbone e le colpe di nessuno”, scritto, diretto e interpretato da Bebo               Storti, in scena insieme alla Compagnia dei Cattivi Maestri di Savona.
Attraverso il linguaggio universale del teatro, passando facilmente dal riso alla             commozione grazie alla maestria degli interpreti, l’associazione del Panda ha scelto di                 portare all’attenzione del grande pubblico la vicenda della centrale a carbone di                       Vado Ligure e il delicato rapporto tra salute, ambiente e lavoro, per stimolare                   una profonda riflessione sulla inalienabile esigenza di far convivere i diritti di                             cittadini   con lo sviluppo economico del Paese e la tutela del territorio.
Proprio in questi giorni, l’Italia si sta giocando una partita molto importante per               il proprio futuro: il Governo nelle prossime settimane pubblicherà la Strategia energetica nazionale, attraverso la quale si deciderà la traiettoria energetica del               Paese per almeno i prossimi 20 anni. Il Governo per la prima volta sta prendendo in               esame la possibilità di una chiusura delle centrali a carbone, ma senza chiarire bene la                 scelta dello scenario e, quindi, la data effettiva dello stop. Per il WWF Italia, la chiusura         deve avvenire entro il 2025, in linea con altri Paesi europei, dicendo addio ad una fonte           fossile causa in Italia di circa 8 morti a settimana e di una spesa sanitaria annua calcolata             di 1,4 miliardi di euro.
Lo spettacolo rientra nelle attività di sensibilizzazione della campagna Stop           Carbone del WWF Italia, che ha l’obiettivo della chiusura di tutte le centrali a carbone                in Italia entro il 2025.
Spettacolo gratuito fino a esaurimento posti:
Per prenotazioni wwfrp@wwfrp.it 
Per informazioni 06/85376509 dal lunedì a venerdì dalle 10 alle 16



17 settembre 2017

Deriva Elettrosmog, Medici ISDE: “Fermate Il 5G, È Un Rischioso Esperimento Sulla Salute”

Di Maurizio Martucci

Deriva Elettrosmog, Medici ISDE: “Fermate Il 5G, È Un Rischioso Esperimento Sulla Salute”

Tratto da Ultimavoce.it
La parabola Davide contro Golia rivive nel 5G? Da una parte (attesi gli aggiornamenti OMS sugli effetti cancerogeni dell’elettrosmog, classe 2B IARC) l’appello al Governo per anteporre all’inarrestabile avanzata dell’irradiazione elettromagnetica l’inalienabile diritto di tutelare la salute pubblica. 
Dall’altro il business per l’ipercomunicazione mondiale in wireless, ricca torta da 225 miliardi di Euro fino al 2025 (stima UE), con l’asta per le nuove frequenze prevista nella prossima legge di bilancio (introito, almeno 2 miliardi). In mezzo (tipo cavie), 4 milioni di inconsapevoli abitanti tra Milano, Bari, L’Aquila e Matera che (fonte Ministero per lo Sviluppo Economico) per primi entreranno nella sperimentale fase di lancio della tecnologia di quinta generazione, il 5G sponsorizzato dall’Europa nel 5G Action Plan come strategia “per affrontare la sfida di rendere la realizzazione di 5G per tutti i cittadini e le imprese entro la fine di questo decennio”. 
Una sfida al futuro da pagare a caro prezzo: cosa si rischia se saranno ignorate le possibili ripercussioni sanitarie dell’invisibile groviglio elettromagnetico, senza precedenti nella storia dell’umanità? Nuove mini stazioni radio base (microcelle Massive MIMO e Beamforming) saranno infatti installate sui tetti di migliaia di case italiane, si pensa addirittura una per ogni abitazione, da sommare ai 60.000 siti di ripetitori di telefonia mobile già esistenti (Telecom ne ha 17.000, Vodafone altrettanti, Wind Tre ulteriori 26.000). E in più: saranno alzati i livelli di riferimento indiretti in campo elettrico? 
Se si, come e con quali pericoli per la salute?

Urge “una moratoria per l’esecuzione delle ‘sperimentazioni 5G’ su tutto il territorio nazionale sino a quando non sia adeguatamente pianificato un coinvolgimento attivo degli enti pubblici deputati al controllo ambientale e sanitario (Ministero Ambiente, Ministero Salute, ISPRA, ARPA, dipartimenti di prevenzione), non siano messe in atto valutazioni preliminari di rischio secondo metodologie codificate e un piano di monitoraggio dei possibili effetti sanitari sugli esposti, che dovrebbero in ogni caso essere opportunamente informati dei potenziali rischi”. L’appello dell’ ISDE-Associazione Medici per l’Ambiente (l’International Society of Doctors for the Environment è in rapporto consultivo con l’OMS e l’UNECOSOC) denuncia che per promuovere il 5G si “renderà necessaria l’installazione di numerosissimi micro-ripetitori (con aumento della densità espositiva). Esiste la possibilità che quasi ogni palazzo possa avere una micro-antenna 5G”.....Continua qui
Leggi anche  su infoamica

Gli scienziati lanciano l’allarme sui possibili effetti nocivi sulla salute dovuti alla tecnologia 5G

13 settembre 2017
Noi sottoscritti, più di xxx scienziati da xxx paesi, chiediamo la moratoria all’introduzione della tecnologia di telecomunicazione di quinta generazione, detta anche “5G”, fino a che scienziati indipendenti dall’industria non avranno completamente studiato i potenziali pericoli per la salute umana e per l’ambiente. La tecnologia 5G aumenterà sensibilmente l’esposizione ai campi elettromagnetici di radiofrequenza, aggiungendoli a quelli prodotti già dalle tecnologie 2G, 3G, 4G, Wi-Fi e altre. E’ stato dimostrato che i campi elettromagnetici di radiofrequenza sono dannosi per l’Uomo e per l’ambiente.
Con l’uso sempre più intensivo delle tecnologie senza filinessuno potrà evitare di essere esposto perché, a fronte dell’aumento di trasmettitori della tecnologia 5G (all’interno di abitazioni, negozi e negli ospedali) ci saranno, secondo le stime, “da 10 a 20 miliardi di connessioni” (frigoriferi, lavatrici, telecamere di sorveglianza, autovetture e autobus autoguidati, ecc.) che faranno parte del cosiddetto Internet delle Cose”. Tutto questo potrà causare un aumento esponenziale della esposizione totale a lungo termine di tutti i cittadini europei ai campi elettromagnetici da radiofrequenza.
L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), ovvero l’agenzia che si occupa di cancro per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 2011 ha concluso che i campi elettromagnetici nelle frequenze da 30 KHz a 300 GHz sono “Possibili Cancerogeni per l’Uomo”, inserendoli nella classificazione del Gruppo 2B. Tuttavia, nuovi studi come quello del Programma Nazionale di Tossicologia degli Stati Uniti, di cui si è detto sopra, e diverse indagini epidemiologiche, tra cui gli ultimi studi sull’utilizzo di telefoni cellulari e sui rischi di cancro al cervello, confermano che le radiazioni da radiofrequenza sono cancerogene per gli esseri umani.
Gli effetti nocivi dell’esposizione alla radiofrequenza sono già stati dimostrati continua qui

16 settembre 2017

Inquinamento rischio accertato per la salute: potremmo vivere due anni in più se la qualità dell’aria migliorasse

Tratto da Webmagazine

Inquinamento: potremmo vivere due anni in più se la qualità dell’aria migliorasse 

Fenomeni dovuti anche all’inquinamento come uragani, estati caldissime, siccità indicano in maniera univoca che le cose non stanno andando per il verso giusto. Detto ciò, occorre necessariamente un’inversione di rotta per il nostro futuro, prima che sia troppo tardi. Sappiamo bene, però, che non è così, visto che la nostra società fatica ad adattare le proprie abitudini in modo da impattare il meno possibile sullo stato del pianeta.

Secondo una ricerca dell’Università di Chicago un miglioramento delle condizioni dell’aria che respiriamo potrebbe portare a notevoli benefici.

Attraverso uno studio internazionale portato avanti dall’Università di Chicago sono state sviluppate delle mappe che potrebbero aiutarci a capire realmente la gravità della situazione.
Come possiamo notare, India e Cina sono i paesi con l’aria più inquinata del mondo.
Secondo l’Air Quality-Life Index, India e Cina sono i paesi con l’aria più inquinata
Partendo dai dati sull’inquinamento dell’aria dovuto alle polveri sottili, infatti, la ricerca ha messo a punto l’Air Quality-Life Index e ha realizzato una mappa in cui mostra quanti anni di vita potrebbero guadagnare le persone in giro per il mondo se le rispettive nazioni aderissero agli standard proposti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Chi abita nel Nord Italia potrebbe guadagnare oltre due anni di vita se venissero rispettati gli standard proposti dall’OMSLa riduzione delle emissioni in Cina e India potrebbe portare a oltre tre anni di vita in più. Per quanto riguarda invece il nostro Paese, la situazione non è meno preoccupante. Il Nord Italia, infatti, appare come la zona più inquinata d’Europa insieme alla Germania centrale. Se venissero rispettati gli standard proposti dall’OMS e se si attuasse un cambiamento drastico chi abita nel Nord Italia potrebbe guadagnare oltre due anni di vita.
Secondo gli standard nazionali, invece, il guadagno sarebbe molto inferiored
L’inquinamento atmosferico rappresenta un rischio accertato per la salute umana ed è un problema da prendere in seria considerazione, altrimenti, nel medio e lungo termine, le nostre condizioni di salute, e di vita, saranno sempre peggiori. Insomma, è ora di smettere di discutere ed iniziare a fare qualcosa di concreto per salvare il pianeta.

15 settembre 2017

Il WWF sulla Strategia Energetica Nazionale:: uscire dal carbonio e non solo dal carbone entro il 2050

Tratto da Qualenergia

Il WWF sulla SEN: uscire dal carbonio e non solo dal carbone entro il 2050

Le proposte del WWF Italia sulla Strategia Energetica Nazionale: serve una vera decarbonizzazione, garantendo una migliore sicurezza energetica e incrementi dei livelli di occupazione. Per farlo bisognerà puntare sull'abbandono delle fonti fossili, puntare su rinnovabili, efficienza e mobilità collettiva.
Come decine di altre associazioni ambientaliste e di categoria, anche il WWF Italia ha presentato ai ministeri dello Sviluppo Economico e dell'Ambiente le proprie osservazioni (vedi allegato in basso) alla proposta di SEN 2017 di cui si appena conclusa la consultazione pubblica sul documento preliminare (alcuni articoli sulla SEN).
Pur apprezzando il fatto che la proposta di Strategia Energetica Nazionale assuma, finalmente, gli obiettivi climatici come uno dei cardini imprescindibili del contesto in cui agire, il WWF evidenzia una serie di criticità nell'impostazione e nei contenuti del documento.
Al tempo stesso avanza un insieme di proposte volte a indirizzare le politiche energetiche nazionali verso una vera decarbonizzazione (non solo uscita carbone, ma dal carbonio) garantendo, nel contempo, una migliore sicurezza energetica e incrementi dei livelli di occupazione.
Come raggiungere insieme questi tre obiettivi? Per il WWF è necessario abbandonare i combustibili fossili - completa uscita del carbone dal 2025, accelerazione dell'uscita da petrolio e gas - e puntando sulla produzione da fonti rinnovabili, sull'efficienza energetica, sulle smart grid, sul riassetto modale e sull'elettrificazione nei trasporti.
“I crescenti impatti del cambiamento climatico ci devono infatti spingere ad accelerare la transizione, per evitare le conseguenze peggiori del caos climatico, mettendo in atto politiche energetiche ambiziose con obiettivi chiari e con l'individuazione puntuale degli strumenti necessari a conseguirli” spiega il WWF.
L’associazione ambientalista, tra l'altro, chiede di:
  • partire dall'obiettivo di completa decarbonizzazione al 2050, tracciare la traiettoria, i milestones e uno scenario (o più scenari) conseguenti
  • completare la dismissione delle centrali a carbone entro il 2025;
  • puntare ad almeno il 55% di approvvigionamento da rinnovabili elettriche entro il 2030;
  • puntare ad almeno il 40% di efficienza energetica entro il 2030;
  • limitare le infrastrutture e il consumo di gas, in modo da non rallentare la decarbonizzazione;
  • porre termine a uso dei carburanti fossili, il futuro è nella mobilità collettiva, dolce ed elettrica;
  • attuare una più corretta analisi quali-quantitativa della futura domanda elettrica, mirando a ridurla.
Il WWF si augura che dopo la consultazione si dia avvio a sessioni di ascolto e confronto con e tra gli stakeholders, facendo sì che il testo finale scaturisca concretamente da un confronto aperto e trasparente.

Valutazione economica degli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico

Tratto da Peacelink
L'inquinamento atmosferico ha un costo ed esiste un metodo per calcolarlo

Valutazione economica degli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico: la metodologia dell’EEA

Gli atti del workshop Taranto 23/24 luglio 2012
Fonte: ARPA - 14 settembre 2017
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, durante l’Health Assembly conclusasi nel maggio di quest’anno a Ginevra, ha riconosciuto l’inquinamento atmosferico come il rischio più grave oggi presente in materia di salubrità dell’ambiente.E nonostante il report “Air pollutant emissions declining, but stillabove limits” dell’Agenzia Europea per l’Ambiente evidenzi un trend in diminuzione delle emissioni dal 1990 al 2013, non può tacersi il fatto che vari Paesi europei hanno ancora valori ampiamente superiori a quelli indicati dalla Comunità Europea

1.Nell’Unione Europea, la scarsa qualità dell’aria è la prima causa ambientale di morte prematura e presenta un costo in termini di vite umane più elevato di quello degli incidenti stradali. L’inquinamento dell’aria è causa, inoltre, di perdita di giorni di lavoro e di elevati costi sanitari e sociali, poiché colpisce in misura maggiore le fasce di popolazione più vulnerabili (bambini, anziani, asmatici). La Commissione Europea stima che il costo diretto dell’inquinamento atmosferico per la società nel suo complesso ammonti a circa 23 miliardi di euro l’anno. Le esternalità legate al solo impatto sulla salute sono stimate intorno ai 940 miliardi di euro (il 9% del Pil dell’UE)

2.L’emissione e la concentrazione d’inquinanti nell’aria, se da un lato sono certamente collegate a fenomeni di scala nazionale ed extra-nazionale, dall’altro mostrano una rilevante variabilità locale che è legata a scelte economico–produttive oltre che ad aspetti sociali e ad altre componenti ambientali. In questa prospettiva, la lotta all’ inquinamento e la prevenzione dei rischi per la salute sono intimamente legate e costituiscono sicuramente una priorità da perseguire a livello locale, nazionale e internazionale, attraverso politiche mirate che sappiano trovare il giusto equilibrio tra il rispetto e la non violazione dei parametri di stabilità economica e i costi per la collettività derivanti dall’impatto degli inquinanti sulla salute; esse rappresentano inoltre, allo stesso tempo, anche un impegno che tutti dobbiamo assumerci.
.........
3.Un sistema siffatto potrà e dovrà trovare nello studio del rapporto tra qualità dell’ambiente, diritto alla salute e condizioni socio economiche e uno dei propri grandi scenari di riflessione e di sviluppo,anche in termini di supporto alle decisioni di policy. Un’occasione unica per porci finalmente come sistema pubblico all’altezza della complessità del nostro tempo; una sfida estremamente impegnativa e assolutamente decisiva, di cui le Agenzie sono e vogliono essere protagoniste.
Luca Marchesi
Direttore Generale ARPA Friuli Venezia Giulia
Presidente AssoArpa
                           Qui l'articolo integrale

Allegati

13 settembre 2017

Come cambia la salute dei nostri figli nell' ambiente di oggi

Tratto da Blastingnews

Come cambia la salute dei nostri figli nell'       ambiente di oggi

Salute e inquinamento ambientale: in aumento nei bimbi autismo, obesità e tumori.

Feto in fase di sviluppo avanzato

I primi 1000 giorni di vita, sono decisivi sulla salute del futuro nascituro ed é fondamentale agire in questa fase, se si vogliono ridurre patologie che stanno dilagando in maniera esponenziale tra i bambini e i giovani: autismo, obesità infantile, diabete, malattie neoplastiche. Oggi i pediatri vedono malattie che sino a venti trent'anni fa non appartenevano alla fascia pediatrica, molti tumori per esempio, malattie epatiche, patologie come il linfoma di hodgkin, sono sempre più presenti negli studi pediatrici.
A lanciare l'allarme, il professor Ernesto Burgio, pediatra e Presidente del Comitato Scientifico ISDE, l'Associazione internazionale dei medici per l'ambiente, intervenuto al convegno della FIMP a Lecce.
"Non abbiamo dati epidemiologici certi, in questo l'Italia non brilla - ha detto il ricercatore - mancano in molte regioni registri di tumori adeguati, qualcuno dice che non si vogliono stilare, sta di fatto che non ci sono, ma che alcune patologie dello sviluppo, malattie endocrine, tumori, diabete e obesità, siano in aumento significativo é indubbio. L'#obesità infantile per esempio, che negli anni ottanta non si vedeva, oggi é presente più nel sud che al nord, il 12 - 13% della popolazione infantile infatti, é già patologicamente obeso.
L'obesità - spiega il professor Burgio - non è il sovrappeso, ma é molto di più, viene definita endocrinopatia sistemica, per cui tutti gli organi e le ghiandole, dall'ipotalamo all'ipofisi, al surrene e di conseguenza il resto dell'organismo, non funziona come dovrebbe.
Si comprende bene quindi, che non è sufficiente una semplice dieta per combattere questa condizione, si certo una corretta alimentazione aiuta, ma per il professor Burgio occorre intervenire a monte, con una prevenzione primaria sin dai primi giorni di vita del feto.
Il bambino obeso é - aggiunge il professore - colui che ha sviluppato già nei primi mesi di vita, delle reazioni dell'organismo, a delle condizioni ambientali tali, da interferire sull'equilibrio del DNA, modificandolo nella sua parte fluida." La composizione dell'acqua, dell'aria non è più la stessa, così la presenza di metalli pesanti, lo smog, i pesticidi, i campi magnetici prodotti dai telefoni cellulari e dai cordless, sono tutti fattori ambientali ai quali sin dai primi mesi di vita, il bambino é chiamato a reagire con azioni che inevitabilmente incidono sul DNA e quindi sulla sua salute, ecco perché la prima cosa da fare, per ridurre le malattie dello sviluppo, é quella di mettere in sicurezza la gravidanza della donna.

Che fare?

"Il problema non é quello di individuare quindi le migliori cure, per anni - dice Burgio - c'è stata la convinzione che si dovesse andare verso una medicina molecolare, concentrata sui farmaci intelligenti, sulla specialistica, non é così". Quest'idea per il pediatra non funziona, perché se é vero che si possono curare meglio i tumori e altre patologie autoimmuni, é anche vero che il problema del loro aumento resta e non viene risolto. "Il rischio - ha sottolineato Burgio - è di arrivare alla condizione americana, dove negli Stati Uniti il 35% delle persone sono ammalate di obesità, il 76% sono in sovrappeso, con costi enormi per la sanità, per cui i cittadini devono pagarsi di tasca propria le cure e dove l'autismo è passato da un bambino su 2000 ad uno su 70, in appena 25 anni. È evidente- conclude Burgio - che bisogna cambiare percorso e idea della medicina. La donna deve vivere la gravidanza evitando il più possibile di esporsi all'inquinamento ambientale, così i giovani adolescenti devono essere informati, e qui è fondamentale il ruolo educativo della scuola, sui comportamenti a rischio che mettono in pericolo il loro futuro bambino. 
L'alcol che dilaga tra i giovani non fa che danneggiare i gameti, incidendo sullo formazione di un eventuale futuro nascituro. Serve un'azione preventiva primaria, che coinvolga non solo gli addetti alla salute, ma anche istituti scolastici, famiglie, istituzioni, con un lavoro interdisciplinare.

Climatic Change :INQUINAMENTO: SE BASTANO 90 PRODUTTORI DI CARBONIO A CONDANNARE IL MONDO…


Tratto da notiziegeopolitiche

INQUINAMENTO: SE BASTANO 90 PRODUTTORI DI CARBONIO A CONDANNARE IL MONDO…Alessandro Mauceri –

di C. 












Un studio pubblicato sulla rivista scientifica Climatic Change ha rivelato il rapporto che esiste tra cambiamenti climatici globali e emissioni prodotte dai maggiori produttori di combustibili fossili. Concentrandosi sui maggiori produttori di gas, petrolio e carbone e produttori di cemento, i ricercatori hanno calcolato anche l’innalzamento del livello del mare e l’aumento delle temperature medie derivanti dalle emissioni di anidride carbonica e metano dovute ai prodotti di queste aziende e dai loro processi di estrazione e produzione. “Sappiamo da molto tempo che i combustibili fossili sono il più importante contributo al cambiamento climatico”, ha detto Brenda Ekwurzel, una dei principali autori della ricerca e direttore del Dipartimento scienza del clima presso l’Unione dei scienziati preoccupati (UCS).
La ricerca divisa in due periodi (dal 1880 al 2010 e dal 1980 al 2010) ha evidenziato che da decenni le aziende produttrici di combustibili fossili sono a conoscenza della minaccia causata dai prodotti venduti.Per questo, secondo i ricercatori, avrebbero potuto e dovuto informare di questo non solo i propri azionisti ma soprattutto il grande pubblico. Cose invece mai avvenute.
Lo studio ha preso spunto dalla ricerca condotta nel 2014 da Richard Heede dell’Istituto per la responsabilità del clima. In quell’analisi veniva analizzata la quantità di emissioni di anidride carbonica e metano derivanti dalla combustione dei prodotti venduti dalle 90 maggiori aziende di combustibili fossili e produttori di cemento sia private che a compartecipazione statale. Partendo da questi dati, la Ekwurzel e i suoi collaboratori li hanno estesi inserendoli in un modello climatico semplice e ben consolidato che comprende come aumenta la concentrazione delle emissioni di carbonio nell’atmosfera e la temperatura globale della superficie e il livello del mare. “Questo studio fornisce un quadro per collegare le emissioni prodotte dalle aziende del combustibile fossile ad una serie di impatti, tra cui gli aumenti nell’acidificazione oceanica e nelle morti causate da onde di calore, incendi e altri eventi estremi legati alle condizioni atmosferiche. Speriamo che i risultati di questo studio servano all’apertura di dibattiti sulla politica e sulla società civile e su come meglio gestire i principali produttori di carbonio responsabili del problema”, ha dichiarato Myles Allen, co-autore dello studio e professore presso l’Università di Oxford......

12 settembre 2017

Isde Perché il “modello pugliese” di decarbonizzazione non è la migliore scelta possibile

Tratto da Isde

Perché il “modello pugliese” di decarbonizzazione non è la migliore scelta possibile

Autore: Dr. Agostino Di Ciaula  – Presidente Comitato Scientifico ISDE Italia
La Puglia ha il primato nazionale di emissioni di gas serra e inquinanti da emissioni industriali. Questo ha generato e continua a generare criticità sanitarie da inquinamento industriale ormai da anni ben documentate su riviste scientifiche internazionali. È dunque urgente limitare il livello di rischio sanitario dei pugliesi ricorrendo a scelte sostenibili.
Una delle soluzioni alle quali guarda, in questo momento, la Presidenza della Regione Puglia (apparentemente la principale) è la cosiddetta “decarbonizzazione”: sostanzialmente si riconduce il problema ambientale e sanitario pugliese a due soli impianti (Cerano e ILVA), auspicando la semplice sostituzione di un combustibile fossile (il carbone) con un altro combustibile fossile (il metano), come se questa fosse l’unica possibilità e, soprattutto, come se fosse una possibilità sostenibile e dimenticando comunque tutto il resto.
La sostituzione tra combustibili fossili (in particolare metano per carbone) è stata in più occasioni proposta anche a livello internazionale come soluzione possibile per fronteggiare le conseguenze dei cambiamenti climatici, suscitando tuttavia numerose obiezioni.
L’allontanamento dal carbone come fonte energetica è un’ovvia necessità, universalmente valida ed urgente per numerose ragioni economiche, ambientali e sanitarie. Se dovessimo porre su una scala gerarchica il potere inquinante dei combustibili fossili ci sarebbero, senza dubbio, al primo posto carbone e pet-coke, all’ultimo il metano.
Tuttavia, questo non significa affatto che la combustione del metano non sia inquinante e che non possa avere conseguenze ambientali e sanitarie rilevanti. Anche la combustione di metano inquina, genera considerevoli quantità di gas serra e conseguenze sanitarie ed economiche misurabili e, soprattutto, in molti casi evitabili.
Bruciare gas naturale riduce di circa il 50% le emissioni di CO2 rispetto al carbone, ma il 50% non è abbastanza. L’obiettivo al quale la CE deve puntare (con rapidità) è la riduzione almeno dell’80% entro il 2050 e l’azzeramento entro fine secolo. Sostituire il carbone con il metano non sembra dunque essere un ponte verso un futuro meno inquinato ma una strada più lenta che conduce verso pericolosi ritardi nel raggiungimento degli obiettivi previsti e verso probabili e irreversibili conseguenze.
Alle insufficienti riduzioni nella produzione di CO2 si deve aggiungere il pesante effetto clima-alterante delle emissioni fuggitive. Il metano, infatti, ha un effetto clima-alterante circa 84 volte più potente del carbone nel breve termine, circa 30 volte nel lungo termine. È stato calcolato che le emissioni fuggitive legate all’uso del metano ammontano, in media, all’1-9% del gas prodotto, l’equivalente delle emissioni di circa 35-314 centrali a carbone.
Infine, puntare ancora sulla produzione di energia da fonti fossili (anche se le meno inquinanti) ritarda ancora il necessario sviluppo delle fonti rinnovabili, la vera strada verso un futuro sostenibile. Per tornare in Puglia, il recente studio Forastiere sugli impianti inquinanti di Brindisi ha stimato emissioni di PM10 e SO2 fino a 20 ton/anno da una centrale a ciclo combinato (alimentazione a metano, vedi Figure).
Uno studio pubblicato nel 2012 su una rivista internazionale ha dimostrato conseguenze sanitarie misurabili a carico dei residenti nelle aree limitrofe ad un impianto pugliese di produzione di energia elettrica alimentato con gas naturale1. È stato calcolato che i costi sanitari delle emissioni da combustione di gas naturale per fini energetici ammontano a circa 0.096 US$ per kWh di energia generata. Nel caso di una sola centrale da circa 700MW alimentata a gas naturale questo significa un costo di 4.76 milioni di US$2, principalmente sostenuto da un aumento della mortalità a lungo termine, dalla compromissione delle attività quotidiane, da patologie respiratorie.
Da tale stima sono escluse le possibili ricadute in età pediatrica, in termini di riduzione della fertilità, in gravidanza e sulle generazioni future. Gli impianti alimentati a gas naturale contribuiscono in maniera considerevole alle concentrazioni atmosferiche di metano incombusto (emissioni fuggitive) e di CO2 (in seguito a combustione) a livello urbano e sub-urbano3 e generano elevate emissioni di NOx e formazione di particolato secondario 4, con conseguente aumento dei numerosi rischi sanitari legati a tali sostanze inquinanti.
Inoltre qualsiasi combustibile fossile, incluso il gas naturale56, contiene materiale radioattivo (“naturally occurring radioactive materials”, NORM). È stata documentata la presenza di radionuclidi nei prodotti di combustione del gas naturale, con maggiori emissioni di 210Po e 210Pb da parte di centrali alimentate a gas naturale, rispetto a quelle alimentate a olio combustibile7. Indipendentemente dalle possibili conseguenze ambientali e sanitarie direttamente causate dalle emissioni derivanti dalla combustione del gas naturale, è dunque opportuno sottolineare che la semplice sostituzione del carbone con il gas (soprattutto per l’incremento in termini di inquinanti gassosi) certamente non migliorerebbe in tempo utile e in misura adeguata le emissioni pugliesi di gas serra, già ora molto critiche per la presenza della Puglia in cima alla graduatoria a livello nazionale.
Secondo un autorevole studio della Stanford University 8, i “costi sociali” delle emissioni di CO2 (insieme dei costi da danni sanitari, danni all’agricoltura, varie conseguenze del cambiamento climatico etc.) sono pari a 220 dollari/ton CO2. Nonostante l’impossibilità di eseguire un calcolo attendibile (in assenza di informazioni previsionali dettagliate), è indubbio che i costi indiretti generati dalle solo emissioni di gas serra successive all’impiego del metano sarebbero comunque cospicui e si sommerebbero a quelli già originati dalle emissioni gassose prodotte da altre sorgenti inquinanti. Continua a leggere qui isde.it

11 settembre 2017

CHI FA ANCORA OGGI INVESTIMENTI NEL CARBONE?

Dopo gli studi climatici, dopo i sempre più evidenti effetti sul clima, dopo gli Accordi di Parigi, dopo il progresso tecnologico ed economico nel campo delle rinnovabili, non ci sono più davvero scuse per chi, al giorno d’oggi, continua a fare investimenti nel carbone. E proprio per questo è giusto che i nomi di tutte le società che hanno manifestato l’interesse e che stanno effettivamente facendo investimenti nel carbone costruendo nuovi impianti devono essere resi pubblici. A farlo è stato una ong tedesca, la Urgewald, che ha mappato tutte le compagnie che così facendo stanno remando in direzione ostinata e contraria rispetto alla transizione energetica che gli scienziati – e persino il buon senso – ci dicono essere l’unica soluzione possibile. A rendere possibile il lavoro della ong è stata la collaborazione di organizzazioni come Rainforest Action Network, Asian People’s Movement on Debt and Development, Banktrack, Les Amis de la Terre, Development Yes Open Mines No, e l’associazione italiana RE:Common.

Non c’è spazio per altro carbone

Ben prima che gli Accordi di Parigi venissero firmati, l’allora segretario esecutivo dell’United Nation Framework Convention on Climate Change (Unfccc) dell’Onu Christiana Figueres aveva dichiarato esplicitamente che «non c’è spazio per altro carbon. È da questa precisa affermazione che prende il via il report sugli investimenti nel carbone, poggiando inoltre su tutti gli studi climatici che negli ultimi anni hanno dimostrato che sì, le parole della Figueres sono assolutamente veritiere, e che non basta bloccare i nuovi investimenti nel carbone, no, bisogna chiudere il prima possibile anche le centrali già esistenti, per trovare parallelamente un metodo per ‘risucchiare’ l’anidride carbonica in eccesso nell’atmosfera che, anche a centrali spente, potrebbe comunque spingere il pianeta verso un futuro rovente. Nonostante questo, proprio ora ci sono circa 1.500 nuovi impianti a carbone la cui costruzione è pianificata in 850 diverse location nel mondo....

investimenti nel carboneUna decisione dalla quale non si torna indietro facilmente

Mentre il nostro stesso pianeta ci chiede di buttarci sulle rinnovabili, queste compagnie stanno dunque in certi casi costringendo dei Paesi che non l’hanno mai fatto a diventare dipendenti da nuove e costose centrali a carbone. E questo perché, una volta costruita, una centrale a carbone difficilmente può essere lasciata spenta. Anzi, economicamente parlando, per ammortizzare le spese di costruzione una centrale a carbone deve restare attiva per più di 40 anni, condannando di fatto il pianeta intero ad uno scenario totalmente contrario rispetto a quello pianificato dagli Accordi di Parigi: questi nuovi investimenti nel carbone potrebbero infatti comportare un aumento di 4 gradi centigradi. Eppure, stando al report, nei prossimi anni il Bangladesh potrebbe passare da 250 a 15.960 megawatt prodotti con il carbone, e così anche l’Egitto, dallo zero attuale a 17mila megawatt.

investimenti nel carboneQuali sono le compagnie che stanno facendo investimenti nel carbone?

..........Potremmo tirare un sospiro di sollievo vedendo che no, per fortuna nessuna compagnia italiana è presente in questa lista, ma in realtà è una soddisfazione parziale: RE:Common ha infatti voluto sottolineare che, anche se nessuna compagnia italiana sta pianificando la costruzione di un impianto, c’è qualcuno che sta comunque investendo in quella direzioneGenerali, infatti, nel 2016 ha investito 33,8 milioni di dollari proprio nei progetti inquinanti della compagnia polacca, la quale per l’appunto è la più attiva nel nostro continente nel promuovere e sfruttare il carbone. Anche grazie agli investimenti italiani.

APPELLO :Cambiamenti climatici, una lettera aperta al Governo italiano da un gruppo di docenti e ricercatori di Bologna.

Tratto da Qualenergia 

Cambiamenti climatici, una lettera aperta al Governo italiano

Un gruppo di docenti e ricercatori di Bologna, guidato da Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli, ha scritto una lettera aperta al Governo per chiedere che venga indetta una conferenza nazionale in cui si discutano le azioni necessarie per contrastare gli effetti sul nostro Paese. Un appello da firmare rivolto a università, cittadini e centri di ricerca italiani.


"Dopo mesi di siccità, temperature ben più alte della media stagionale, ghiacciai che si sciolgono, foreste che vanno in fumo chi può dubitare che il cambiamento climatico sia già oggi un problema che colpisce duramente l'Italia?".
Si apre così una lettera aperta al Governo scritta da un gruppo di docenti e ricercatori dell'Università e dei centri di ricerca di Bologna che - si legge nel testo - "si sentono in dovere di dare un contributo, attraverso la condivisione di conoscenze e informazioni scientificamente corrette, per superare le difficoltà poste dal cambiamento climatico nel Paese".
Per questo stesso motivo i ricercatori e i docenti hanno deciso di lanciare attraverso il sito Energia per l'Italia un appello al Governo, affinché queste problematiche vengano discusse in una conferenza nazionale.
Nella lettera si chiede a università, cittadini e centri di ricerca italiani di firmare questo appello sul sito energiaperlitalia.it

Greenreport: Due super uragani in due settimane non è una coincidenza, è il cambiamento climatico

Tratto da Greenreport

Due super uragani in due settimane non è una coincidenza, è il cambiamento climatico

Le multinazionali sapevano già 30 anni fa che il cambiamento climatico sarebbe stato catastrofico, è arrivato il momento che paghino i danni?
[8 settembre 2017]
Immagine correlata
Come riassume efficacemente la Ages, «Mentre l’industria sapeva quali danni avrebbe potuto causare il cambiamento climatico, ha continuato a sfruttare i combustibili fossili, peggiorando il problema e bloccando il percorso verso l’energia rinnovabile. Questo solleva naturalmente una questione, non sarebbe giustizia chiedere a queste compagnie di pagare i danni che sapevano sarebbero arrivati, i danni che sono peggiorati con il cambiamento climatico? Non dovrebbero essere le persone e le comunità che sono state colpite più duramente dai cambiamenti climatici a poter chiedere alle compagnie di pagare la loro quota dei costi della ricostruzione?»Secondo Naomi Ages, responsabile del  Climate Liability Project Lead di Greenpeace Usa. «Il cambiamento climatico è un problema di giustizia sociale; colpisce più duramente le comunità più vulnerabili. Con gli uragani Harvey e Irma, stiamo vedendo che stanno avvenendo in maniera estrema. Ma questi eventi non sono solo una sfortuna per le persone che non possono evitarli: stanno diventando la nuova normalità. Gli scienziati ci hanno detto che i cambiamenti climatici potrebbero alimentare eventi climatici più estremi, con impatti ancora più devastanti».....
Greenpeace Usa parte da una certezza: «La scienza rende più facile identificare e quantificare e prevedere i rischi legati al cambiamento climatico. Ignorare questi rischi, o continuare, nonostante loro, con il business as usual, è negligente e può essere punito. La scienza è in grado anche di quantificare i danni causati dal cambiamento climatico, facendo in modo che le emissioni di una determinata azienda possano essere collegate ad un certo ammontare dell’innalzamento del livello del mare o a un aumento della temperatura.
continua a leggere su greenreport