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22 maggio 2017

Patrizia Gentilini: Tumori infantili, l’Italia detiene il triste primato in Europa

Tratto da Il Fatto Quotidiano                            

Tumori infantili, l’Italia detiene il triste primato in Europa

Su Lancet Oncology è stato appena pubblicato un aggiornamento sull’incidenza a livello mondiale del cancro nell’infanzia (0-14 anni) e nell’adolescenza (15-19 anni) nel periodo 2001-2010. L’ indagine è stata condotta dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) in collaborazione con l’Associazione internazionale dei registri del cancro e ha riguardato 62 paesi a livello mondiale distribuiti in 5 continenti. Erano stati invitati a partecipare allo studio 532 registri tumori, ma solo 132 hanno inviato dati considerati attendibili. Il lavoro è di grande interesse perché confronta l’andamento del cancro infantile nelle diverse aree geografiche e fornisce interessanti spunti di riflessione.
Come auspicano gli autori, questi dati dovrebbero infatti essere utilizzati per una ricerca eziologica e per indirizzare le politiche di sanità pubblica al fine di uno sviluppo sostenibile. I tumori rappresentano una delle principali cause di morte nei bambini e la loro incidenza è purtroppo in aumento: a livello globale si è passati da 124 casi per milione di bambini fra 0 e 14 anni nel 1980 a 140 casi nel 2010. Dall’articolo emerge che l’area del mondo in cui si registra la più elevata incidenza di cancro fra 0-14 anni e fra 15-19 è il Sud Europa in cui sono compresi Croazia, Cipro, Italia, Malta, Portogallo, Spagna.
Per l’Italia, hanno partecipato all’indagine solo 15 registri su 47 accreditati e spicca sicuramente l’assenza di registri “storici” quali quello di Firenze/Prato e del Veneto. Calcolando poi l’incidenza per ogni singolo registro sia del Sud Europa che dell’Europa del Nord, dell’Est e dell’Ovest, emergono risultati inquietanti perché in Italia si osservano le più elevate incidenze rispetto a tutti gli altri paesi del continente europeo. Inoltre, in 4 registri italiani(Umbria, Modena, Parma e Romagna), l’incidenza supera addirittura i 200 casi fra 0-14 anni per milione di bambini/anno.
Il cancro nell’infanzia dovrebbe farci sorgere più di una domanda perché non possiamo certo attribuirlo ad un errato stile di vita – come viene abitualmente fatto per gli adulti – visto che i bambini non fumano e non bevono e dobbiamo per forza tenere in considerazione il fatto che le sostanze tossiche e cancerogene passano dalla madre al feto già durante la vita intrauterina e sono oltre 300 quelle che abitualmente si ritrovano nel cordone ombelicale. Proprio Lorenzo Tomatis era stato fra i primi scienziati al mondo ad indagare questo fenomeno. Ma perché proprio il nostro paese vanta un così triste primato?

Non credo plausibile ipotizzare che Germania, Francia, Austria o Regno Unito siano meno industrializzati di noi: dov’è quindi la differenza? Difficile ovviamente dirlo, ma un’interpretazione del tutto personale è che il nostro paese si distingue perfenomeni corruttivi: i controlli ambientali sono scarsi e spesso non affidabili, i disastri ambientali sono ricorrenti, le bonifiche rimangono inattuate e non è difficile quindi ipotizzare che le mappe della corruzione, dell’inquinamento e quindi delle malattie coincidano. 

Purtroppo, il prezzo più elevato lo pagano i bambini, perché sappiamo bene che sono molto più suscettibili all’inquinamento rispetto agli adulti. Più che mai quindi appare urgente, soprattutto per il nostro paese, la necessità di un nuovo paradigma che ponga al centro il risanamento dell’ambiente ed aumenti le risorse dedicate ad una reale riduzione dell’inquinamento.

I Fossil Fuel Subsidies Awards: Una medaglia al disvalore per i sussidi ai combustibili fossili

  • Tratto da rinnovabili.it 

  • I Fossil Fuel Subsidies Awards di CAN Europe

    Una medaglia al disvalore per i sussidi ai combustibili fossili

  • Le associazioni ambientaliste premiano nove stati europei per responsabili dei più subdoli sussidi erogati al settore dei combustibili fossili
combustibili fossili

Individuati nove sussidi più subdoli ai combustibili fossili


(Rinnovabili.it) – La Polonia usa i fondi europei per sussidiare le centrali termoelettriche, la Slovacchia fa sconti sulle tariffe per le imprese del carbone, la Romania caccia famiglie e taglia foreste per le miniere di lignite, la Turchia amplia le sue riserve e la Germania si è nascosta dietro il capacity payment per non chiudere i suoi impianti più sporchi. Non solo: la Norvegia ha usato i soldi dei contribuenti per finanziare le trivellazioni in Artico, l’Estonia taglia le tasse allo shale oil, l’Ungheria privilegia compagnie automobilistiche inquinanti  e l’Irlanda aumenta le bollette per finanziare impianti di combustione della torba della compagnia energetica nazionale.
Nove campioni dell’orrore sono saliti oggi sul podio allestito a Bruxelles da Climate Action Network Europe (CAN), l’organizzazione che ogni anno “premia” con i Fossil Fuel Subsidies Awards gli stati meno virtuosi nella pratica deprecabile dei sussidi ai combustibili fossili.
La cerimonia è il momento apicale di un processo che ha visto, dal 10 aprile all’8 maggio, la partecipazione del pubblico che on line ha potuto votare «i più mortali, sporchi e subdoli sussidi ai combustibili fossili in Europa».

>Leggi anche: Sussidi ai combustibili fossili, ecco quanto paghiamo <<


Tramite la consegna di queste medaglie al disvalore, CAN Europe vuole richiamare l’attenzione sui diversi modi in cui i governi europei utilizzano il denaro dei contribuenti per alimentare il cambiamento climatico invece di contrastarlo.
Il direttore dell’organizzazione, Wendel Trio, ha spiegato che «questi premi dimostrano che gli impegni finanziari non sono coerenti con le promesse dei governi di affrontare il cambiamento climatico in linea con l’accordo di Parigi. Con i Fossil Fuel Subsidies Awards riveliamo una grande quantità di sussidi in gran parte nascosti per i combustibili fossili e facciamo appello a tutti i governi europei affinché li eliminino con urgenza e non oltre il 2020
Devono mettere i loro cittadini e il loro ambiente prima degli inquinanti combustibili fossili».

21 maggio 2017

Inceneritore di Gerbido:La Procura riapre un fascicolo e dispone una perizia.

Tratto da La Stampa
Nuova indagine sulle emissioni dell’inceneritore

La procura riapre un fascicolo e dispone una perizia


L’inceneritore del Gerbido finisce di nuovo sotto la lente
 della magistratura.
 A poco meno di due anni dall’archiviazione della prima 
indagine,la procura di Torino ha aperto un nuovo 
fascicolo che mette al centro l’attività dell’impianto,
 il sistema di sicurezza e controllo, il suo impatto ambientale.
 L’inchiesta del pool Pubblica amministrazione è affidata al 
pm Gianfranco Colace. Al momento non ci sono indagati,
 ma il titolo di reato è «inquinamento ambientale». 

IL CODICE PENALE

L’articolo è il 452bis del codice penale, entrato in vigore 

solo il 29 maggio del 2015, che punisce chiunque «abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o
 del sottosuolo».
 Sta in queste poche righe il cuore della nuova inchiesta
 che mira a valutare se le emissioni dell’inceneritore
 compromettano o meno l’equilibrio ambientale del territorio circostante. 
Il pm Colace ha disposto una consulenza, nominando un 
esperto del Politecnico che già da qualche settimana è
 al lavoro. 

GLI SFORAMENTI

A insospettire la procura sono stati alcuni sforamenti

 dei limiti di sostanze inquinanti. 
Episodi che hanno portato a sanzioni amministrative:
 oblazioni variabili tra 40 e 50 mila euro, che una volta 
pagate hanno estinto il reato......

L’entrata in vigore della nuova normativa sui reati 

ambientali offre oggi alla magistratura uno strumento in
 più per accertare il reale impatto dell’inceneritore sull’ambiente.
 Ecco il perché di nuove indagini.

20 maggio 2017

La transizione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è un processo inevitabile e ormai irreversibile.

INTERESSANTISSIMO LIBRO:

Tratto da Qualenergia 

Transizione energetica, una sfida non solo tecnica, ma culturale e morale

Siamo in un momento cruciale della storia dell’astronave Terra: l’era dell’uomo, l’Antropocene, finora caratterizzata dall’uso crescente dei combustibili fossili, deve fare i conti con la necessità di rinunciare gradualmente a questa fonte di energia per non compromettere la stabilità della biosfera e lo sviluppo della civiltà.

Così inizia la prefazione della terza edizione, appena uscita, del libro di Nicola Armaroli (dirigente di ricerca del CNR) e Vincenzo Balzani (professore emerito dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei) dal titolo “Energia per l’astronave Terra”, Zanichelli Editore, 
QualEnergia.it intervistò nel febbraio del 2016 il professor Balzani sulle deboli politiche energetiche e industriali italiane e la scarsa attenzione della stampa alle tematiche ambientali.
In questa edizione il sottotitolo è L’era delle rinnovabili” e dalla prima edizione, che risale al 2008, cioè in meno di un decennio, spiegano gli autori, “sono cambiate più cose di quanto allora potessimo immaginare o sperare”.
In quegli anni iniziava a diffondersi la consapevolezza del fatto che ci troviamo su un’astronave con risorse limitate. I cambiamenti climatici e i danni alla salute causati dall’uso dei combustibili fossili erano già evidenti - si legge nel libro - ma una potente lobby sostenuta da grandi compagnie petrolifere finanziava scienziati e centri di ricerca per gettare dubbi sulla realtà del riscaldamento globale e disorientare l’opinione pubblica.
All’epoca le fonti alternative proposte per sostituire i combustibili fossili erano il nucleare e le energie rinnovabili. ...
Si ricorda come nel 2008 i pannelli fotovoltaici installati nel mondo (15 GW) producevano meno dell’1% dell’energia elettrica prodotta dai 439 reattori nucleari e parevano poco plausibili come alternativa. Negli Usa si tentava di rilanciare il nucleare con generosi contributi statali e il famoso deposito per rifiuti altamente radioattivi di Yucca Mountain sarebbe dovuto entrare in funzione a breve. In Italia il governo lanciava un programma per il ritorno al nucleare.
Nel 2011, quando è uscita la seconda edizione di questo libro, il quadro era già sostanzialmente cambiato. L’incidente di Fukushima aveva affossato le prospettive di rinascita del nucleare; i possibili finanziatori si erano definitivamente ritirati e l’accettabilità sociale di questa tecnologia era crollata ovunque. Gli italiani, tramite un referendum popolare, si erano pronunciati in massa contro il ritorno al nucleare proposto dal governo.
Nel frattempo il fotovoltaico installato nel mondo era più che quadruplicato, salendo da 15 a 68 GW.
Nel 2009 la conferenza ONU sul clima a Copenaghen aveva preso atto dello scarso impatto del protocollo di Kyoto, redatto nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005, per contenere le emissioni che possono modificare il clima; pur confermando la necessità di evitare il riscaldamento del pianeta, la conferenza non giunse ad accordi sostanziali.
La transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili faticava a farsi strada, ma qualche segnale cominciava a manifestarsi: la Germania lanciava un piano nazionale di transizione energetica di vasta portata mentre gli Stati Uniti, sotto la guida del presidente Obama, si impegnavano finalmente a sviluppare le energie rinnovabili.
Nel frattempo il degrado ambientale del pianeta si è aggravato a causa del modello di sviluppo dominante, l’«economia lineare» che si basa sull’energia dei combustibili fossili, sull’uso indiscriminato delle risorse naturali e sull’accumulo di rifiuti nella biosfera.
Questo un quadro di storia recente, ma poi negli ultimi anni – affermano gli autori - il vento sembra essere cambiato. Evidenziano due eventi che possono dare questo segnale e che avrebbero dovuto dare un forte impatto sulla pubblica opinione e sul mondo della politica e dell’economia.
Nel giugno 2015 l’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco sulla cura della «casa comune» ha denunciato lo stato di diffuso degrado ambientale e sociale e ha esortato a trovare un consenso mondiale per mettere rapidamente in atto azioni concrete.
Nel dicembre dello stesso anno, alla conferenza Cop21 di Parigi, l’auspicato consenso è stato raggiunto: le delegazioni di 196 Paesi hanno riconosciuto che il cambiamento climatico rappresenta un pericolo urgente e potenzialmente irreversibile per tutta l’umanità. Si è convenuto che è assolutamente necessario agire per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro 2 °C rispetto al livello pre-industriale.
La progressiva ma rapida transizione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili potrà essere favorita dall’accordo di Parigi con i suoi tanti deboli? Ogni nazione si è posta obiettivi che saranno difficili da verificare e forse non basteranno per fermare il surriscaldamento del pianeta.
Rimane però il fatto che parte del mondo economico e politico inizia ad ascoltare i richiami della scienza e dell’etica per salvare la biosfera. In questo contesto, vasti movimenti di opinione internazionali chiedono la riconversione degli investimenti dall’estrazione dei combustibili fossili allo sviluppo delle energie rinnovabili.
Che le cose cominciano a cambiare a dirlo sono i numeri e alcuni fatti indicati nel libro.
Da qualche anno il contributo relativo dei combustibili fossili alla domanda energetica mondiale ha iniziato a diminuire. In tutto il mondo le tecnologie rinnovabili dominano largamente i mercati elettrici in termini di nuova potenza installata.
La Cina, martoriata da problemi di inquinamento atmosferico e timorosa di rivolte sociali, ha approvato una moratoria sulla costruzione di nuove centrali a carbone in molte province. Il Giappone deve far fronte a spese colossali per la gestione della crisi di Fukushima (a distanza di 6 anni, i reattori danneggiati restano inesplorabili), mentre continua a tenere spento il suo enorme parco centrali, in attesa di certezze tecniche e sostegni politici forse svaniti per sempre.
Mentre in alcune nazioni l’auto elettrica sta diventando un serio concorrente alle auto tradizionali, i Paesi produttori di petrolio, terrorizzati all’idea che il trasporto su strada si trasformi radicalmente, sono impegnati in una guerra di tutti contro tutti sulle quote di produzione e sui prezzi.
Il risultato paradossale è che il petrolio viene venduto sottocosto, per mantenerlo concorrenziale, portando molti Paesi produttori e aziende energetiche sull’orlo della bancarotta.
Nel 2016 la potenza da eolico e fotovoltaico ha sfiorato 800 GW, coprendo il 5% della domanda elettrica globale. In Europa le rinnovabili coprono il 17% dei consumi energetici totali; 11 Stati della UE hanno già raggiunto l’obiettivo del 20% previsto per il 2020.
Preme agli autori sottolineare come in appena 20 anni eolico e fotovoltaico, che erano quasi inesistenti, oggi sono in fortissima crescita: si tratta del più veloce e dirompente cambiamento energetico della storia.
Gli investimenti nelle energie rinnovabili oggi continuano ad aumentare e anche i Paesi meno sviluppati intravedono finalmente la possibilità di accrescere la propria disponibilità energetica.
La transizione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è un processo inevitabile e ormai irreversibile, che nemmeno un presidente degli Stati Uniti ostile potrà fermare e che faciliterà un graduale passaggio dall’economia lineare all’«economia circolare», basata sul riciclo, che potrà fermare il degrado del pianeta.
Questa terza edizione di Energia per l’astronave Terra vuole raccontare la complessità della transizione e gli ostacoli che restano da superare, ribadendo con forza che la scienza e la tecnologia non bastano per vincere la sfida.
Nelle loro conclusioni Armaroli e Balzani spiegano infatti che al di là di una certezza, che cioè possiamo contare sull’energia solare, che è abbondante, inesauribile e ben distribuita su tutta la Terra, non possiamo evitare di confrontarci con tre verità scomode: (a) dobbiamo vivere tutti assieme su questa astronave Terra; (b) dobbiamo custodirla, sapendo che le risorse sono limitate e che l’accumulo dei rifiuti è dannoso; (c) dobbiamo distribuire le risorse in modo più equo fra tutti i passeggeri, se vogliamo vivere in pace.
Dobbiamo accettare la progressiva e inevitabile rinuncia a alle fonti fossili e con una simile prospettiva molte cose devono cambiare subito nella politica, nell’economia e nella scienza.
L’innovazione è, e rimarrà sempre, motore di crescita e di sviluppo umano. Ma oggi sappiamo che crescita e sviluppo devono essere governati non più dal consumismo, ma dalla sostenibilità ecologica e sociale......
L’abbandono del consumismo e lo sviluppo di un’economia circolare dipende anche da ciascuno di noi. Come suggerisce papa Francesco «la coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica deve tradursi in nuove abitudini». Un cambiamento nei nostri stili di vita può esercitare una forte pressione su coloro che esercitano il potere politico ed economico e che ci spingono all’usa-e-getta.
Ma il punto chiave dell’analisi di Armaroli e Balzani è che si devono ridurre le disuguaglianze – dovute anche a un’iniqua distribuzione delle risorse energetiche – per aumentare la qualità della vita dell’intera società ci dev’essere un impegno della politica e dell’economia a tutti i livelli: regionale, nazionale, europeo, globale.
Al termine del libro si lancia un messaggio: “Non dobbiamo dimenticare però che ciascuno di noi, nel campo in cui opera, con le competenze di cui dispone, nella situazione in cui si trova, può dare il proprio contributo per costruire una società più giusta e inclusiva, facendo leva sulle preziose energie spirituali che caratterizzano l’uomo: collaborazione, solidarietà, amicizia, creatività”.
Il lungo e faticoso cammino della transizione energetica non è dunque soltanto un’affascinante prova sul piano scientifico e tecnologico, ma – concludono gli autori - è soprattutto una sfida culturale e morale verso la sobrietà e la responsabilità individuale, nella quale ormai tutti siamo coinvolti.

19 maggio 2017

EVOLUZIONE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI.

Tratto da green.it
Abbiamo raggiunto i 410 ppm di emissioni di CO², la barriera corallina scomparirà entro il secolo e gli orsi polari rischiano l’estinzione. Riusciremo a rispettare l’accordo sul clima di Parigi e salvare la Terra?

L’evoluzione dei cambiamenti climatici

Il 2016 è stato l’anno più caldo dal 1880. Lo dimostra uno studio del Goddard Institute for Space Studies della NASA insieme al National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA). Lo scorso anno la temperatura mondiale è aumentata di 1° C rispetto al secolo precedente. Il riscaldamento climatico è in corso da milioni di anni ma ha aumentato la sua velocità negli ultimi tempi, come dimostra Climate Central. Questo determina l’incremento dell’effetto serra, la riduzione dei ghiacciai e l’innalzamento del livello del mare oltre a causare danni alla biodiversità.
Ecco 6 cose che devi sapere sull’evoluzione dei cambiamenti climatici:

1) Raggiunti i 410 ppm di CO²

Il 18 aprile il livello di anidride carbonica (CO²) nell’atmosfera ha raggiunto i 410 ppm (parti per milione). Il record è stato registrato dalla Keeling Curve, progetto dello Scripps Institution of Oceanography dell’Università della California San Diego. Le principali cause sono le emissioni da parte dell’uomo (cresciute negli ultimi 35 anni) che provocano l’effetto serra, oltre all’aumento dell’energia solare.
Cambiamenti climatici: 410 ppm di CO2 ad aprile 2017 (fonte: Keeling Curve)
L’effetto serra (ossia il fenomeno naturale per cui la concentrazione di CO² nell’atmosfera impedisce che il calore del Sole si disperda nello spazio, causando un aumento della temperatura) è determinato dallo sfruttamento dei combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale) e dalla deforestazione. Se continuiamo così, senza alcun calo delle emissioni, raggiungeremo i 2000 ppm entro il 2050.
L’accordo sul clima di Parigi, firmato da 196 paesi nel 2015, prevede di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i 1,5° C, diminuendo le emissioni dal 2020. Sottoscritto anche da Europa, Cina, India e Stati Uniti (i più grandi inquinatori) prevede l’attivazione di fondi per produrre energia pulita e la decarbonizzazione dell’economia globale, con controlli ogni 5 anni. L’Unione europea, inoltre, ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 40% rispetto al 1990. Obiettivi raggiungibili?

2) Clima instabile

Il surriscaldamento climatico provoca disastri ambientali come alluvioni, siccità, ondate di calore e di gelo. In tutto il mondo sono più che triplicati dal 1980 ad oggi. Solo dal 2011 al 2013, negli Stati Uniti ci sono stati 32 eventi climatici estremi che hanno provocato danni per oltre 1 miliardo di Dollari.
Cambiamenti climatici: disastri ambientali negli USA con oltre 1 miliardo $ di danni (fonte: EPA)

3) Riduzione dei ghiacciai e orso polare a rischio estinzione

Il Polo Nord si sta sciogliendo, anche i ghiacciai più antichi. Il pericolo più grande tuttavia è il Polo Sud: l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) stima che da solo possa far aumentare il livello del mare di almeno 20 cm entro il 2100. Se queste previsioni possono avere poco significato per gli uomini, non è così per gli orsi polari. Gli scienziati prevedono una diminuzione del 30% di orsi polari nei prossimi 35 anni, a causa del disfacimento del loro habitat.

4) Innalzamento degli oceani e morte della barriera corallina

Gli oceani subiscono un cambiamento radicale: si stanno alzando a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Lo stesso studio dell’IPCC prevede un aumento del livello del mare tra 52 e 98 cm entro il 2100 se l’effetto serra continuerà a crescere. Oppure tra 27 e 61 cm se le emissioni verranno ridotte in modo rilevante.
Oltre a questo, gli oceani stanno diventando più caldi e acidi. Insieme all’inquinamento e alla bassa marea, sono i motivi principali dello sbiancamento e della fine della barriera corallina. Si stima che solo il 10% sopravviverà entro il 2050.
Cambiamenti climatici: la morte della barriera corallina (foto: The Conversation)

5) Deforestazione

Gli alberi, con la crescita, assorbono anidride carbonica per produrre ossigeno (attraverso la fotosintesi clorofilliana). Sarebbero un filtro naturale per assorbire i gas serra prodotti dall’uomo. Le foreste coprono ancora il 30% della superficie terrestre ma ogni anno ne perdiamo quasi 130.000 km². In Amazzonia, per esempio, circa il 17% della foresta è stata distrutta negli ultimi 50 anni per far spazio a pascoli o produzioni agricole intensive.

6) L’impatto sull’uomo

Se questi dati non vi hanno convinto, sappiate che l’uomo danneggia anche se stesso. Oltre 22,5 milioni di persone sono state colpite da disastri ambientali collegati al cambiamento climatico, tra il 2008 e il 2015, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Lo dimostra anche un dossier di Legambiente. L’UNHCR, inoltre, afferma che risorse importanti come l’acqua o la biodiversità si stanno riducendo a causa delle temperature troppo calde e secche o fredde e umide. E potrebbero creare emergenze in molti paesi, nel prossimo futuro.

E l’Italia?

L’Italia non è esente dalle conseguenze del cambiamento climatico. Da un lato organizzazioni non governative come WWF, Legambiente, Coldiretti e Italian Climate Network ne parlano e cercano di diffondere uno stile di vita green. Dall’altro sono necessarie azioni concrete: la chiusura delle centrali a carbone in Italia può essere il primo passo per rinunciare ai combustibili fossili, che provengono dall’estero e ricevono sussidi.

L’ambiente si è rotto

Il 22 maggio è la Giornata mondiale della biodiversità. I dati sull’evoluzione dei cambiamenti climatici dimostrano che con l’industrializzazione e lo sfruttamento delle risorse naturali abbiamo “rotto” l’ambiente. Siamo ancora in tempo per aggiustarlo?

Il lavoro non può fondarsi sul ricatto collettivo della distruzione dell’ambiente e di chi in quell’ecosistema vive.

Quei sardi che .....accettano veleni e inquinamento 
Tratto da Anthony Muroni


...Che dire di  quelli  che .... ancora una volta, in maniera miope, barattano il miraggio di una duratura busta paga per pochi con la certezza di un attentato alla salute di tutti?
Niente. Ogni parola sarebbe sprecata. Niente, se non che senza un’adeguata operazione culturale che ci sottragga dal ricatto su cui si fonda il baratto ambiente-lavoro (in sostanza, un doppio sfruttamento che porta all’arricchimento di pochissimi soggetti) niente potrà cambiare.
Ma la coscienza bisogna avere voglia di formarsela. Il problema è che siamo troppo anestetizzati o incavolati col mondo, spesso impegnati a sparare a zero su tutto quello che ci passa davanti, per impegnarci. Ma si tratta di un dovere civile.
Un buon modo per disturbare i manovratori che – a prescindere dalle elezioni, dai governi e dalle Giunte regionali – sono convinti di poter utilizzare a proprio piacimento il territorio sardo, sarebbe quello di chiamare le cose col proprio nome.
Perché è vero che questa terra ha bisogno di lavoro. Ma il lavoro non può fondarsi sul ricatto collettivo della distruzione dell’ambiente e di chi in quell’ecosistema vive.
Inquinamento. È quello che per decenni i colossi della chimica, della petrolchimica e dell’alluminio hanno prodotto in alcune vaste porzioni di Sardegna. Scarichi abusivi, accumuli di materiale altamente nocivo, falde acquifere avvelenate, aria resa irrespirabile e malsana. L’effetto dannoso per l’uomo e per l’ambiente è incalcolabile. E, come dimostrato dalle recenti sentenze, nessuno paga.
Bonifiche. Sono quelle che nessuno ha fatto. Un ex ministro dell’Ambiente ha candidamente ammesso che in Sardegna non le sta facendo nessuno. Né a Porto Torres, né nel Sulcis. L’effetto? La terra, le falde, il mare, tutto resta inquinato. E le grandi lobby dell’energia e della trasformazione dei prodotti chimici e petroliferi possono continuare a fare utili, senza affrontare il capitolo dei costi per il risanamento.
Lavoro. In quei settori si è dissolto ed è sempre meno garantito, sia dal punto di vista qualitativo che economico. Eppure in tanti non gradiscono parlarne. Prevalgono i discorsi del tipo «ma se vanno via le grandi industrie – va bene, inquinano e ci pagano poco – noi cosa facciamo?». Stati d’animo comprensibili. 
Ma forse ci vorrebbe una politica capace di offrire alternative. Con le idee chiare sul fatto che questo modello di (sotto)sviluppo vada presto abbandonato, prima che altro territorio venga sottratto a idee nuove, più affini alla storia, alle caratteristiche dell’ambiente naturale, alla naturale predisposizione dei sardi.
Non sarebbe male, poi, che su questi temi si svegliasse la Giunta regionale, grande assente nelle prime 48 ore dall’esplosione dell’inchiesta Fluorsid.......

18 maggio 2017

Fluorsid, inquinanti fino a 3mila volte sopra il limite.

Tratto da Il Fatto Quotidiano 

Fluorsid, inquinanti fino a 3mila volte sopra il limite. L’intercettazione: “A noi serve produrre produrre produrre”

Gli agenti del Corpo forestale e di vigilanza ambientale durante l’operazione alla Fluorsid di Macchiareddu (Ansa)
Azioni, connivenze, silenzi e addirittura pagamenti di denaro definiti a più riprese “sconcertanti” dal gip di Cagliari che ha disposto l'arresto di sette persone. I rifiuti solidi e liquidi, eternit compreso, secondo l’accusa sono stati sversati, tombati in voragini, pozzi, laghetti e anche in alcune buche nei terreni comprati apposta. ....

Tutto nasce da “un manoscritto”, niente pc ma una lettera scritta a penna nel 2014 dagli allevatori dell’hinterland della zona industriale di Macchiareddu, alle porte di Cagliari, sud Sardegna. La denuncia trasmessa alla Procura era firmata da “Carboni e più”, poi supportata da una segnalazione dei veterinari della Asl. Le pecore che pascolavano lì, attorno ad Assemini, avevano ossa e denti che crescevano in modo abnorme fino a farle morire di stenti e fame. I “gravi danni” che i pastori  lamentavano erano dovuti alla fluorosi, malattia causata dall’assunzione di troppo fluoro, appunto. A poche centinaia di metri c’era la Fluorsid Spa, leader mondiale nella produzione di acido fluoridrico necessario per l’alluminio, fondata nel 1969 dal conte Giulini ora di proprietà del figlio, patron del Cagliari calcio, Tommaso (a suo carico non risulta nulla). Il giro di affari è di 125 milioni di euro per 132 dipendenti diretti, più l’indotto. A due anni dalle indagini guidate dal Corpo forestale regionale è scattato il blitz: cinque arresti in carcere e due ai domiciliari e il sequestro di otto ettari: provvedimenti chiesti dal pm Marco Cocco e firmati dalla gip Cristina Ornano per via della “reiterazione del reato e dell’inquinamento delle prove”. Un terremoto che coinvolge i vertici e un’azienda esterna, l’accusa è “associazione a delinquere in disastro ambientale”. Un sodalizio con pratiche consolidate e consapevoli quello tracciato nell’ordinanza di custodia cautelare di 168 pagine: azioni, connivenze, silenzi e addirittura pagamenti di denaro definiti a più riprese “sconcertanti”......

Le polveri nell’aria “dal Sahara” e lo strano caso delle centraline dell’ArpasInquinamento dell’aria, del suolo e del sottosuolo non sono una novità degli ultimi anni. Il caso delle pecore era addirittura emerso ormai trenta anni fa, nel 1983: c’è una sentenza civile della Corte d’appello di Cagliari che condanna la Fluorsid a un risarcimento. Poi “non è cambiato nulla”. Ancora altre polveri e altre pecore malate. Nell’ordinanza si legge: “Compimento di un sistematica, reiterata nel tempo e organizzata attività illecita diretta all’illegale stoccaggio e trattamento delle materie prime e sottoprodotti della Fluorsid e all’illegale smaltimento dei rifiuti prodotti dal ciclo di lavorazione”. E soprattutto c’era: “La piena consapevolezza della sistematica violazione delle norme poste a tutela dell’ambiente e della salute pubblica“.

I fanghi acidi venivano sversati direttamente nello stagno di santa Gilla, le polveri di scarto stoccate senza nessuna precauzione in cumuli a contatto diretto con il terreno. Piccole colline alte dieci metri e larghe cento, poi movimentate con camion, ruspe e nastri trasportatori. L’intero stabilimento, come anche i lavoratori, era avvolto da una di polvere di “colore chiaro di consistenza finissima” che arrivava anche fin dentro le case civili di Assemini. Aria irrespirabile, denunciano i cittadini, nonché “forte bruciore agli occhi” e problemi alle vie respiratorie. La concentrazione degli elementi inquinanti aveva concentrazioni record: l’alluminio presente 3745 volte in più dei valori tabellari di norma, i fluoruri 1154 volte superiori e i solfati 51.
E le analisi di autocontrollo obbligatorie, il monitoraggio? Scrive il gip: “È significativo” che nell’area dello stabilimento, di fatto, “manchi qualsiasi rilevamento per l’aria, il suolo o il sistema idrico riferibile al fluoro”, nonostante si tratti del più importante produttore mondiale.  Alle centraline dell’Arpas, Agenzia regionale per la protezione ambientale della Sardegna, – si legge ancora – manca proprio il parametro HF “acido fluoridrico”. E ancora la stessa Arpas tre anni fa, in una relazione sulla qualità dell’aria non fa menzione alle sostanze nocive, i problemi sono ricondotti “al contributo di fonti naturali dovuto al trasporto di polveri sahariane”.  Anche l’autocontrollo non è efficace secondo il gip e lo stesso Ispra, Istituto regionale superiore per la protezione ambientale: il laboratorio esterno a cui venivano commissionate le analisi non aveva tutte le metodologie necessarie.
Il fine: “Produrre, produrre produrre…”
Tra il 2011 e il 2015 si registra un peggioramento dell’inquinamento delle acque di falda con un  “gravissimo superamento dei limiti tabellari” dovute alle “condotte illecite” registrate durante le attività investigative. Tutto rivela: “Una conduzione organizzata per la sistematica violazione delle norme in materia ambientale al fine di massimizzare il profitto”. Omissioni, occultamenti, finte mail di richiamo dai dirigenti alla ditta d’appalto “da mettere nel cassetto”. Così nelle conversioni intercettate tra indagati e altri: “C’è la piena consapevolezza dell’emissione di altissime quantità di polveri altamente nocive per l’ambiente e pericolose per la salute”. Insomma tutto un gioco di abbattimento costi e incuranza delle norme.
 Ci sono molti passaggi in cui è chiaro che: “Non si rispettavano e omettevano le norme – in modo doloso –  perché ciò avrebbe comportato un rallentamento della produzione, una qualità più scadente  e costi di produzione più elevati”. Al telefono, nel 2016 due degli arrestati, Alessio Farci, responsabile della produzione solfato di calcio e Marcello Pitzalis, coordinatore dei lavori affidatati dalla Fluorsid, parlano del mancato contenimento delle polveri. E Pitzalis dice che non c’era il tempo per le precauzioni (bagnare le polveri, ndr): “A noi serve… Produrre, produrre, produrre!”......
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17 maggio 2017

convegno organizzato dal Wwf Litorale Laziale: Il rapporto tra agricoltura e salute e il pericolo dei pesticidi.

Il rapporto tra agricoltura e salute e il pericolo dei pesticidi, il convegno organizzato dal Wwf Litorale Laziale

| di Wwf Litorale Laziale


Il WWF Litorale Laziale ha organizzato un convegno a Terracina per SABATO 20 Maggio alle ORE 9 nel quale si parlerà dell’inscindibile rapporto tra agricoltura e salute. La Dottoressa Patrizia Gentilini, oncologa e ematologa dell’ISDE - Associazione medici per l’ambiente (International Society of Doctors for the Environment fondata il 25 novembre 1990), affronterà tutte le possibili conseguenze che l’utilizzo dei pesticidi in agricoltura comporta a carico dell’ambiente e della biodiversità, oltre che della salute umana. Il dottor Pietro Paris, responsabile del settore sostanze pericolose di ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, illustrerà l’ultimo Rapporto Nazionale Pesticidi nell’acqua, nel quale si mette in evidenza un notevole aumento di contaminanti e pesticidi trovati nelle acque italiane. Un approfondimento verrà fatto sullo stato del monitoraggio e della contaminazione della regione Lazio e della provincia di Latina. Ci si interrogherà infine sulle possibili alternative ad una agricoltura convenzionale: saranno ospiti alcune aziende di agricoltura biologica e biodinamica attive sul territorio che porteranno la loro esperienza e testimonianza. “Siamo convinti – dichiara Franca Maragoni Presidente del WWF Litorale Laziale – che chi governa il bene comune potrà trarre molti spunti di riflessione da questo convegno, essendo le persone che più di altre dovrebbero mostrare una particolare sensibilità per la salvaguardia dell’ambiente e quindi della salute dei cittadini e degli operatori agricoli, adottando tutti i provvedimenti possibili per realizzare questi obiettivi”. Si dice che “siamo ciò che mangiamo”: e in questa giornata rifletteremo molto seriamente proprio su cosa mangiamo, perché il cibo può davvero rappresentare la nostra medicina e la nostra forza oppure la nostra malattia e la nostra debolezza.
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AGRICOLTURA INDUSTRIALE: SIAMO VITTIME O VINCITORI? Di seguito l’abstract intervento di Patrizia Gentilini medico oncologo ed ematologo Comitato Scientifico ISDE Italia
"…. Una ampia ricerca condotta per oltre 30 anni aveva già dimostrato la superiorità dell’agricoltura biologica su quella convenzionale in termini di: fertilità del suolo, dispendio energetico, riduzione gas serra, guadagno economico; di recente una altra indagine condotta dall’Università di Washington afferma che l’agricoltura biologica è la “chiave per la sostenibilità a livello globale”, perché ormai, come affermato dalla Royal Society, “aumentare la percentuale di agricoltura che utilizza metodi biologici e sostenibili non è una scelta, è una necessità. Non possiamo semplicemente continuare a produrre cibo senza prenderci cura del nostro suolo, dell’acqua e della biodiversità”. In conclusione possiamo affermare che l’agricoltura industriale, stravolgendo il rapporto con la Terra e quelle pratiche agricole che per millenni ci hanno dato con fatica e sudore nutrimento e vita, è oggi portatrice di morte per l’uomo e per l’ambiente e se non vogliamo rimanere vittime di questo assurdo modello di produzione e consumo del cibo dobbiamo avere il coraggio di cambiare ….".