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23 febbraio 2017

«Pochi fondi e troppo inquinamento».Il diritto è un’arma potente per ristabilire il legame tra la società umana e la Terra

Tratto da Il Corriere della sera

Gli Erin Brockovich dello smog
dall’Inghilterra contro la Lombardia

La denuncia al Tar della ong ClientEarth: «Pochi fondi e troppo inquinamento». La prima iniziativa legale è già partita: il 20 febbraio è stato notificato il ricorso al Tar sul Piano degli interventi per la qualità dell’aria. «Tanta ricchezza ma pochi investimenti»

(Ansa)
La loro vittoria in tribunale a Londra ha costretto il governo Cameron a introdurre un nuovo piano di contrasto all’inquinamento atmosferico. L’azione legale sostenuta a Dusseldorf, in Germania, ha portato alla prima storica sentenza sulla necessità di fermare la circolazione dei veicoli diesel in una città europea. Loro sono gli avvocati ambientalisti di ClientEarth, l’organizzazione britannica che sta mettendo sotto pressione nei palazzi di giustizia le amministrazioni di mezza Europa, dopo aver ispirato nel 2014 il pronunciamento fondamentale della Corte di giustizia Ue del Lussemburgo sul diritto all’aria pulita e alla salute dei cittadini dell’Unione. La ong appena sbarcata in Italia e sostenuta, tra gli altri, dalla band dei Coldplay, è stata fondata ed è tuttora guidata da James Thornton, 62 anni, l’avvocato-filosofo considerato «una delle dieci persone in grado di cambiare il mondo» dalla rivista New Statesman. La prima iniziativa legale è già partita: il 20 febbraio è stato notificato al governatore Roberto Maroni e all’assessore all’Ambiente Claudia Maria Terzi il ricorso al Tar della Lombardia con il quale ClientEarth, insieme alle associazioni italiane Cittadini per l’Aria e Aipi (Associazione ipertensione polmonare) chiede «con urgenza» alla Regione di rivedere il Pria, il Piano degli interventi per la qualità dell’aria approvato nel 2013 e rivelatosi «inadeguato» per una zona che resta tra le più «irrespirabili» in Europa.
«La Lombardia è un caso paradossale»
Spiega Ugo Taddei, legale ClientEarth di stanza a Bruxelles: «La Lombardia è un caso paradossale: una delle Regioni più ricche e tra quelle che meno investono. Dall’ultima relazione è emerso il taglio alle poche misure annunciate in un piano di quattro anni fa nel quale mancava un orizzonte temporale di rientro sotto i valori di legge». Basti pensare che qui il Pm10 è ancora record, mentre in tutta l’Europa occidentale è un problema quasi risolto. Il ricorso al Tar segue una diffida inoltrata alla Regione a fine 2016, l’ennesimo annus horribilis per gli sforamenti nelle polveri sottili a Milano e in molte altre città lombarde.

La causa «di interesse pubblico»
L’azione di ClientEarth e di Cittadini per l’Aria, dice Anna Gerometta avvocata in prima linea per l’associazione italiana, potrebbe non fermarsi al caso della Lombardia. La causa «di interesse pubblico» può infatti essere replicata, come fatto da ClientEarth in altri Paesi europei (Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Belgio, Regno Unito) in tutte le Regioni italiane che «non riconoscono il diritto alla salute, non sentono il dovere morale e giuridico di agire» e in definitiva sono «fuori legge» rispetto a una direttiva Ue che secondo gli esperti già largheggia sui limiti, essendo il frutto di parecchie mediazioni. 
Il nostro Paese è il secondo dell’Ue dopo la Germania per numero di morti premature attribuibili all’esposizione al particolato sottile (Pm2,5) e il primo per i danni alla salute provocato dal biossido d’azoto (rapporto 2016 dell’Agenzia europea dell’ambiente). Il modello Erin Brockovich, per citare la più celebre causa ambientale portata sul grande schermo da Julia Roberts, si sta rivelando efficace. Ha ricordato di recente Thornton, ricevendo un premio speciale dal Financial Times, che «il diritto è un’arma potente per ristabilire il legame tra la società umana e la Terra».

Climate Analytics :Ue, per salvare il clima chiudere 300 centrali a carbone entro il 2030

Tratto da La Repubblica

Ue, per salvare il clima chiudere 300 centrali a carbone entro il 2030           Ue, per salvare il clima chiudere 300 centrali a carbone entro il 2030

Secondo un rapporto dell'istituto Climate Analytics non sarà possibile rispettare l'aumento della temperatura globale sotto i 2 gradi centigradi se l'Europa non avvierà da subito la chiusura di oltre 300 impianti

MILANO - Chiudere entro pochi anni tutte le centrali a carbone in Europa. prima che sia troppo tardi per la salvezza del clima e dell'ambiente. Per produrre energia, sia nelle centrali elettriche sia nei grandi impianti industriali, nell'Eurozona si consuma ancora troppo carbone. E se l'uso del più "sporco" dei combustibili fossili non verrà limitato al più presto, fino ad arrivare alla sua totale cancellazione dalla mappa energetica, non verranno raggiunti gli obiettivi concordati nella conferenza di Parigi per la salvaguardia del clima.

E' la conclusione cui è arrivato uno studio di Climate Analytics, un istituto no profit che si occupa di politiche sul cambiamento climatico, fondato a Berlino del 2009 per occuparsi di quello che viene definito il più grande dei problemi di questi anni: il peso dell'attività umana sulle condizioni del clima con tutto quello che ne deriva.

Per mantenere l'aumento delle temperature "ben al di sotto dei 2 gradi centigradi" e ancor di più sotto 1,5 gradi. l'Europa dovrà essere in grado di chiudere tutte le sue 300 e più centrali a carbone entro il 2030. Di più: almeno un quarto dovranno già andare in pensione entro il 2020, mentre un ulteriore 47% dovrà farlo entro il 2025.

La Germania e la Polonia hanno la maggior parte del lavoro da fare: insieme sono responsabili del 51% della capacità installata del 54% delle emissioni da carbone. Tra i grandi utilizzatori del carbone, insieme a Regno Unito, Repubblica Ceca e Spagna, c'è anche l'Italia, con il 5,7% della capacità installata e il 5,1% delle emissioni complessive.

Invece, se gli impianti esistenti dovessero rimanere in attività fino alla fine del loro ciclo di vita l'Europa sforebbe il livello massimo di emissioni per rimanere all'interno degli accordi di Parigi di circa l'85 per cento. "Il modo più economico per l'Ue di fare i tagli delle emissioni necessari per tener fede all'accordo di Parigi è quello di eliminare gradualmente il carbone dal settore elettrico, sostituendolo con fonti rinnovabili e misure di efficienza energetica", ha detto Paola Yanguas Parra, autrice del rapporto.....

Nei giorni scorsi una critica severa nei confronti delle politiche di Bruxelles sul carbone è arrivato anche da Greenpeace: la strategia energetica dell'Ue "non è in linea con gli impegni sul clima sottoscritti a dicembre 2015, durante la Cop21 di Parigi" e che l'Italia abbia "raggiunto in anticipo i propri obiettivi al 2020 sul tema delle rinnovabili, è vero solo su carta". A dirlo è il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, Luca Iacoboni. "Per mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, così come concordato a Parigi - ha spiegato ancora - l'Unione europea deve accelerare la transizione verso un futuro 100% rinnovabile e cancellare tutti i sussidi 
pubblici alle fonti fossili. 
Più di ogni altra cosa, l'Ue deve assicurare a tutti i suoi cittadini la possibilità di autoprodurre con fonti rinnovabili almeno parte dell'energia consumata, contribuendo così al necessario incremento dell'uso di fonti pulite".

22 febbraio 2017

Alessandro Marescotti Non solo Ilva, viaggio fra gli ecologisti eretici nell’Italia inquinata.

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Non solo Ilva, viaggio fra gli ecologisti eretici nell’Italia inquinata. Segnalate le vostre storie

Non solo Ilva, viaggio fra gli ecologisti eretici nell’Italia inquinata. Segnalate le vostre storie
Nel corso della mia attività con PeaceLink ho avuto modo di scoprire l’attività di molti attivisti ambientali e vorrei sfruttare questo spazio per parlare di alcune esperienze degne di essere raccontate. In Italia c’è una varietà di esperienze non ancora conosciute come invece meriterebbero. Esperienze che non rientrano sotto l’ombrello delle classiche associazioni ambientaliste. Sono esperienze eretiche e scomode, che coltivano strade originali e che soprattutto nascono dal basso. Mi sono preparato un primo elenco.
Chiunque voglia segnalare qualcosa di nuovo, può usare lo spazio dei commenti in questo blog per condividere e far sapere cosa bolle in pentola nella propria regione, nella propria città, sul proprio territorio.
Acciaierie
Trieste – Una delle prime cose che mi ha colpito occupandomi di Ilva è che ci sono tante situazioni simili e che sono sorti gruppi preparati che studiano i processi siderurgici inquinanti acquisendo competenze e andando in profondità. Uno per tutti è l’associazione NoSmog di Trieste, attiva nel quartiere di Servola dove fuma e produce la Ferriera. Gli abitanti di Servola “sono in uno stato di pre-malattia chiaramente causato da contaminazione ambientale”, ha osservato il prof. di Biochimica all’Università di Trieste Ranieri Urbani.
Cremona – Non meno preoccupante è la situazione di Cremona, dove la diossina è stata trovata nelle uova. Ma chi ha puntato il dito contro l’acciaieria di Arvedi ha ricevuto il severo rimprovero del direttore dell’Arpa di Cremona, Paolo Beati, il quale ha dichiarato: “Devo anche dire che mi infastidisce il fatto che escano sui giornali notizie allarmistiche infondate. Fare del terrorismo mediatico, specialmente in un momento come questo, di forte crisi, è un grave errore”. E ha aggiunto: “Stiamo parlando di una delle più grandi aziende del territorio, bisogna essere cauti… L’Arpa ha un rapporto di stima reciproca con l’azienda”. Parlare di inquinamento a Cremona non è facile. Beatrice Ruscio ha incontrato i cittadini per discutere dello stretto rapporto fra industrie, politica e inquinamento. In città, però, il mal di pancia verso l’acciaieria è forte anche se, per ora, il percorso di presa di coscienza avviato è ancora tutto in salita.
Piombino  – Anche qui parlare di acciaio e inquinamento è difficile. Mettere in discussione l’altoforno è stato sempre un’eresia e persino Legambiente ha partecipato alla mobilitazione per tenerlo in funzione. Ora l’altoforno è spento. Recentemente c’è stata una manifestazione per farlo ripartire: “Qui torneremo a produrre acciaio e non ci fermeremo finché tutti non saranno tornati al lavoro. La nostra gente lotterà fino alla fine”, ha dichiarato il sindaco Pd Massimo Giuliani. “Ci fermeremo solo quando l’acciaieria ripartirà“, ha gridato dal palco Rosario Rappa, segretario nazionale Fiom. Eppure il profilo di mortalità osservato nella popolazione residente maschile di Piombino mostra un eccesso per le malattie dell’apparato respiratorio, digerente e genitourinario, si legge nello studio Sentieri.
Centrali a carbone
Liguria – Ho avuto il piacere di conoscere il gruppo di Uniti per la Salute di Savona. Nel marzo 2014 la Procura della Repubblica ha decretato il sequestro della centrale Tirreno Power di Vado Ligure nell’ambito di un’inchiesta per inquinamento che ha avuto come cardine un’impressionante perizia epidemiologica, molto simile a quella di Taranto per l’ampiezza dei danni da inquinamento emersi. Ben 400 vittime. “Senza la centrale di Vado tanti decessi non ci sarebbero stati”, dichiarò nel febbraio del 2014 il procuratore capo di Savona, Francantonio Granero.
Basilicata – Un campo molto interessante e difficile è quello dei conflitti ambientali in Basilicata dove sono nate esperienze innovative per contestare i danni prodotti dalle estrazioni di petrolioCova Contro è un’associazione molto attiva e concreta che ha fatto cose innovative promuovendo analisi di laboratorio, controlli sul campo e battendo il difficile percorso della “citizen science”. In questo contesto è nato l’esperimento di controllo ambientale dal basso di AnalizeBasilicata. La difficile lotta che si sta svolgendo lì in Basilicata ha al centro una questione semplice, vitale, ma spinosissima: l’accesso alle informazioni sugli alimenti per verificarne la contaminazione da inquinamento ambientale........
 Con il vostro aiuto potremo anche inserire nuove informazioni georeferenziate per l’atlante dei conflitti ambientaliAbbiamo appena cominciato un viaggio eretico nell’Italia inquinata, quella che viene relegata nella cronaca locale, quella declassata in serie B perché la salute non conquista la prima pagina e – chissà perché – non diventa notizia nazionale.
Cercherò di mettere la lente di ingrandimento sulla vostra storia.
Risultati immagini per lente di ingrandimento sulle ciminiere

21 febbraio 2017

I cambiamenti climatici, moltiplicatori di rischio, causeranno sempre più conflitti nei prossimi anni

  • Tratto da Rinnovabili.it

  • I cambiamenti climatici causeranno sempre più conflitti nei prossimi anni

  • Alla Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco, politici e diplomatici di tutto il mondo lanciano l’allarme: il climate change è legato allo scoppio di conflitti armati e alla lotta per le risorse
I cambiamenti climatici causeranno sempre più conflitti nei prossimi anni

(Rinnovabili.it) – «I cambiamenti climatici sono un moltiplicatore di rischio che portano a subbugli sociali e verosimilmente anche a conflitti armati». Lo ha affermato Patricia Espinosa, segretaria della Convenzione quadro sul climate change delle Nazioni Unite (UNFCCC), durante la Conferenza internazionale sulla sicurezza che si è svolta nei giorni scorsi a Monaco.

Un meeting dove il riscaldamento globale e i suoi effetti hanno avuto un posto di rilievo, e non soltanto nei panel dedicati. D’altronde il legame tra cambiamenti climatici e i conflitti è un tema discusso già da tempo, e gli enormi flussi migratori che stanno caratterizzando questo inizio secolo hanno ormai reso la figura del migrante climatico una realtà conclamata.
Tempeste, siccità, inondazioni e ondate di calore estremo o freddo polare possono distruggere le ricchezze di intere aree geografiche, azzerando i raccolti, e costringendo le persone a sconfinare, aggravando antiche rivalità e scatenando una lotta per le risorse. Gli esperti concordano che questi fattori aggraveranno la situazione con la crescita delle emissioni,.....

I cambiamenti climatici causeranno sempre più conflitti nei prossimi anni

Il neo eletto segretario dell’Onu, Antonio Guterres, ha approfittato del palcoscenico di Monaco per ricordare che i cambiamenti climatici, insieme al terrorismo e alle epidemie, costituiscono una tendenza globale che bisogna affrontare. E ha aggiunto che lo strumento è già disponibile: l’Accordo di Parigi dà «un’opportunità unica per agire su questa minaccia».
Un punto di vista che richiama quello espresso al Forum Economico Mondiale di Davos non più tardi di un mese fa. Solo una guerra nucleare – sosteneva il Global Risk Report pubblicato durante il vertice – deve preoccupare l’economia mondiale più dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali. E tra le minacce globali più insidioseben quattro su cinque sono legate in modo diretto al clima.

La relazione tra clima e guerra torna anche negli interventi di politici di spicco. Una recente ricerca pubblicata su PNAS sosteneva che dagli anni ’80 a oggi, nei paesi con diverse minoranze etniche, il 23% dei conflitti armati è scoppiato in concomitanza con disastri ambientali. Su questa stessa linea sembra anche l’intervento di Angela Merkel: «Nuovi conflitti sono sorti a causa di guerre civili, della crescita della popolazione, dei cambiamenti climatici. E c’è una crescente interrelazione tra questi fattori».
Alcune aree finora risparmiate dai conflitti rischiano di scatenarne nel prossimo futuro. È il caso dell’Artico, ha ricordato il presidente finlandese Sauli Niinistö. Il Polo Nord presenta altissime temperature e una situazione catastrofica riguardo l’estensione dei ghiacci. Una combinazione di fattori che rischia di scatenare una corsa alle grandi risorse energetiche e minerarie, prima celate sotto la calotta.

19 febbraio 2017

Ernesto Burgio: dalla gentica all'epigenetica



Tratto da You tube 
INTERESSANTISSIMO VIDEO DI  8 MINUTI .  
NE CONSIGLIAMO LA VISIONE .
Ernesto Burgio: dalla gentica all'epigenetica

Leggi anche su  altervista.org

Epigenetica: Non c’è malattia che non sia indotta dall’inquinamento

AMBIENTE INQUINATO E MALATTIE CRONICO-DEGENERATIVE, INFIAMMATORIE E TUMORALI: NON C’È MALATTIA CHE NON SIA INDOTTA DALL’INQUINAMENTO DELL’AMBIENTE.

Così affermano gli studi relativi a quella che viene definita “rivoluzione epigenetica” e uno tra i maggiori esperti in questo nuovo campo di conoscenze il dr. Ernesto Burgio, presidente del Comitato tecnico-scientifico dell’Associazione Medici per l’ambiente ISDE (International Society of Doctors for Environment), C
Ma che cos’è l’epigenetica?
In estrema sintesi e in modo semplice si può definire l’epigenetica come quella branca della genetica che studia tutte le modificazioni che alterano l’attività dei geni senza modificare le sequenze del DNA; modifiche che possono essere anche ereditate.
Per semplificare: il DNA  può essere pensato come l’hardware di un computer e le attività ad esso connesse come il software. Il software in questo caso funziona più o meno bene a seconda delle informazioni che gli arrivano dall’esterno, cioè dall’Ambiente. Ogni giorno della nostra vita le nostre cellule ricevono in forma di molecole, correnti elettromagnetiche, sostanze chimiche di sintesi etc., informazioni dall’attuale Ambiente esterno inquinato e inducono interagendo con l’epigenoma il DNA – il genoma –  a funzionare in maniera diversa da come dovrebbe. Il che, in parole povere, significa che l’Ambiente inquinato interferisce in modo negativo sull’attività del DNA. Il dottor Mauro Mocci dell’ISDE, per la verità, ci aveva già trasmesso questa importante informazione nel convegno di Manziana del 2012.
E qual è il dato più allarmante di questi studi epigenetici?
Che trovano riscontro in un aumento spaventoso del numero di malattie cronico-degenerative, infiammatorie e tumorali sempre più in crescita nei paesi industrializzati e quindi con un più alto livello di inquinamento ambientale.
In Italia una persona su due, prima o poi contrae il cancroper non parlare di tutta una serie di altre patologie in continuo incremento. Il problema da affrontare è dunque di ordine collettivo e se la collettività non riuscirà entro fine secolo a fare qualcosa per rovesciare il nostro attuale rapporto con l’Ambiente, l’intera specie umana sarà a rischio.
Queste sono parole del dottor Ernesto Burgio che si fondano anche su dati rilevati e su ricerche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La visione di questi due filmati non lascia più dubbi.
Ma qual è la soluzione?
La soluzione sta in una presa di coscienza collettiva, con o senza il permesso dell’attuale sistema politico-finanziario che ha dimostrato di non avere gli strumenti etici per rinunciare all’attuale modello di sviluppo economico lineare che ci sta portando diritti al rischio estinzione, anche se con un consolatorio stigma “bio” o “green”. Noi cittadini, invece, possiamo ancora fare qualcosa: dobbiamo cambiare la nostra visione del rapporto ambiente-salute ed esigere, senza se e senza ma, che i nostri amministratori centrali o locali compiano il loro mandato nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute, applicando il Documento Programmatico ISDE su Ambiente e Salute (www.isde.it).
Chiediamolo a tutti i Sindaci e a tutti i presidenti di Provincia e Regione. Ci basti pensare che se un paese cosiddetto avanzato eliminasse i pesticidi, nel giro di 10 anni i linfomi si dimezzerebbero.
Senza essere medici o scienziati, questo ci dice che siamo a una svolta importantissima. ........

 

18 febbraio 2017

LIFEGATE:Turchia ,a Izmir la popolazione fa blocccare una centrale a carbone

Tratto da lifegate
"...Dobbiamo sollevarci contro le energie fossili e farlo per le generazioni future»

 La forte opposizione delle comunità locali contro una centrale a carbone ha portato a una lunga battaglia. I giudici hanno dato ragione ai cittadini.

È una vittoria storica quella che è riuscita ad ottenere una comunità locale della Turchia che da decenni si batte contro una centrale a carbone nella città di Izmir, ovvero in uno dei luoghi più inquinati della nazione euro-asiatica. Un tribunale amministrativo ha dichiarato non conforme la valutazione di impatto ambientale che fu approvata nel 2010 e consentì, quattro anni più tardi, l’entrata in servizio del sito.

Una zona già martoriata dall’inquinamento

Le comunità locali avviarono la battaglia legale immediatamente dopo il via libera, impugnando il documento. Grazie alla sentenza, secondo quanto riportato dalla divisione turca dell’associazione 350.org, la centrale non potrà restare operativa finché non sarà effettuata ed approvata una nuova valutazione. Bahadir Doguturk, attivista dell’Iniziativa contro i combustibili fossili, ha immediatamente lanciato un appello al governo locale di Izmir: “Questa sentenza rappresenta una significativa vittoria giudiziaria. La nostra zona è già afflitta da tassi di inquinamento che superano i limiti legali, dovuti alla presenza di numerosi siti che sfruttano le fonti fossili, come è stato riconosciuto anche nella decisione della corte. Le autorità devono smettere di concedere permessi a nuovi progetti come questo: questa area dovrebbe al contrario avviare un processo di bonifica. Dobbiamo sollevarci contro le energie fossili e farlo per le generazioni future».

L’emergenza Gela, i metalli pesanti che fanno impazzire. Silenzi e coscienze.....

Tratto da http://www.siciliainformazioni.com

L’emergenza Gela, i metalli pesanti che fanno impazzire. Silenzi e coscienze sporche

I metalli pesanti non “uccidono” il giorno dopo, hanno bisogno di una lunga incubazione che ricorda il micidiale percorso che fa l’amianto per raggiungere le cellule degli esseri umani. I tempi possono allungarsi al punto da ipotizzare la trasmissione ereditaria delle malattie degenerative, creando una sorta di terreno fertile per le neuropatie. E’ così che si spiega il fatto che le malattie mentali, a Gela, colpirebbero ogni fascia di età.
Sono doppiamente colpevoli gli inquinatori, consapevoli o ignari, quanto le autorità preposte alla prevenzione ed alla cura delle malattie. “Culpa in vigilando”, e assenza di presidi sanitari, strutture di prevenzione e cura. Duemila malati di mente, ed almeno altrettanti pazienti non registrati, avrebbero dovuto mobilitare le persone e le coscienze. Anche gli ignari hanno capito che non sono il risultato di una concentrazione astrale avversa, né del destino cinico e baro e sono la somma di una serie di fattori patogeni concomitanti. L’industria – quella petrolchimica in testa – è stata “protetta” dagli allarmi degli ambientalisti e degli scienziati, e da una controparte attrezzata, in grado di contestare con indizi e prove lo stato delle cose.
Per più di mezzo secolo, gli impianti petriolchimici, le centrali a carbone e le raffinerie, come quelle di Gela sono state tenute di fatto al riparo delle contestazioni. Gli interessi delle popolazioni, e quelli in prima istanza dei lavoratori, non sono stati rappresentati da autorità “forti” ed attrezzate, ma da uomini e organizzazioni disarmate e talvolta dubbiose sul da farsi.
L’inquinamento da metalli pesanti, denunciato in questa testata con l’intervista al tossicologo Francesca Di Gaudio, è la testimonianza di questa “tutela” e sostanziale immunità concesse alle industrie inquinanti. Se così non fosse, Gela – e le aree omologabili a quella di Gela – avrebbero potuto contare almeno su servizi di assistenza e di cura delle malattie indotte dalla presenza nell’aria, nel terreno e nella catena alimentare, di “veleni” che avrebbero, sicuramente, provocato, nel tempo non solo malformazioni nei nascituri e tumori, a causa dell’amianto ed altri agenti patogeni, ma anche gravi neuropatie.
Anche l’autorità giudiziarie e gli investigatori più risoluti si sono dovuti arrendere davanti al deserto di strumenti e volontà “superiori”.........
E’ come se ci si fosse seduti in prima fila ad osservare, senza intervenire, la violenza o ci si fosse voltati dall’altra parte per evitare di essere coinvolti emotivamente.
Nei tribunali si celebreranno i processi per le terribili conseguenze dell’esposizione all’amianto a Gela, nei Ministeri e nelle sedi degli istituti di prevenzione e vigilanza ambientale si cercheranno le prove dei collegamenti fra i morti di tumore e l’inquinamento – marino ed atmosferico.
Chissà quanto bisognerà ancora attendere. Non tanto per avere giustizia, che pure è un bisogno sacrosanto, quanto per pretendere “la presa d’atto” dei guai presenti......
Anche la città ha le sue responsabilità: vittima della “violenza” ambientale, si è rivoltata contro l’industria, e combattuto soprattutto per mantenere la causa dei disastri, spaventata dalla prospettiva della perdita dei posti di lavoro. La schiavitù del silenzio....... 
Gela non ha meritato del risarcimento dei guai subiti, sia per la scarsa attenzione data ai reati ambientali, sia per il ricatto, costante, dell’industria sui posti di lavoro.
Ora nessuno può fingere di non sapere. Francesca Di Gaudio, uno dei magiori esperti nel campo delle indagini tossicologiche di laboratorio, sulle pagine di SiciliaInformazione, ha sbattuto davanti agli occhi di tutti la realtà, nuda e cruda, ha messo nero su bianco e reso la negligenza pubblica, denunciando le cause che provocano le malattie mentali e la “prevedibilità” delle neuropatie in presenza di agenti inquinanti, come i metalli pesanti.......
La Rai dedicherà all’emergenza “malatie mentali” di Gela uno speciale. Non abbiamo altra notizia su provvedimenti ed interventi da parte delle autorità sanitarie dotate di poteri decisionali. Questo “deserto” di sensibilità e di volontà ci pare più inquietante della stessa violenza perpetrata nei decenni ai danni del territorio e della gente.

15 febbraio 2017

Savona - La vicenda Tirreno Power e i colloqui " raccapriccianti " dei Dirigenti ministeriali nelle intercettazioni

Immagine tratta da Il Secolo XIX di domenica 12 Febbraio .

Savona - La vicenda Tirreno Power e i colloqui " raccapriccianti " dei Dirigenti ministeriali nelle intercettazioni riprese dal Tribunale di Roma

Leggi anche su Ninin 

Tirreno Power: le pietre del Giudice

Incuria, incapacità, arroganza, superficialità : l'accusa morale del Gip di Roma ha il valore e la forza di verità troppo a lungo taciute. ...... Il decreto è di archiviazione, ma la condanna morale è senz'appello  Leggi tutto 

Francesca Mancuso -CETA: APPROVATO IN SEGRETO DAL PARLAMENTO UE, ECCO I 7 MAGGIORI RISCHI

Tratto da Greenme

CETA: APPROVATO IN SEGRETO DAL PARLAMENTO UE, ECCO I 7 MAGGIORI RISCHI

CETA, il Parlamento europeo ha detto sì e ha ratificato l’accordo di libero scambio tra Canada e UE, che punta a eliminare le barriere tariffarie e gli ostacoli al commercio e agli investimenti dovuti alle differenze normative tra i due paesi.
Dopo il voto della Commissione e del Consiglio UE che avevano già approvato il CETA, adesso è arrivato anche il via libera da parte del Parlamento Europeo. Gli eurodeputati hanno votato in gran segreto, approvando con 408 voti in favore, 254 voti contrari e 33 astensioni. La loro decisione avrà ripercussioni serie non solo sull'ambiente ma anche sulla nostra salute. 
Purtroppo abbiamo perso l'ultima occasione utile in questo senso visto che è l’ultima volta in cui l’Unione Europea sarà chiamata in causa. Un accordo votato in segretezza, e ciò lascia pensare. Ma perché nascondere le votazioni?

Quali sono adesso i rischi del Ceta?

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I timori sono tutt'altro che infondati.

1) Il rischio di ingresso di OGM e pesticidi attualmente vietati

Non solo non si vieta l'ingresso di alimenti contenenti OGM e sostanze chimiche tossiche, ma si da di fatto il via libera a una deregolamentazione ampia e irreversibile. Non si torna indietro.
Ricordiamo inoltre che in Italia c'è ancora il divieto di coltivazione in campo degli Ogm, ma il nostro paese di recente ha detto sì in Europa all’autorizzazione di nuovi. Tuttavia, fa sapere il Parlamento Ue,
“per fugare le preoccupazioni dei cittadini che l'accordo dia troppo potere alle multinazionali e che i governi non possano legiferare per tutelare la salute, la sicurezza o l’ambiente, l'UE e il Canada hanno entrambi confermato esplicitamente, sia nel preambolo dell’accordo sia nella dichiarazione comune allegata, il diritto degli Stati a rifarsi al diritto nazionale”.

2) Importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita

Tra le pagine del CETA, infatti è possibile trovare gravi pericoli per la salute e l'ambiente. Uno di questi riguarda l'importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita. Sarebbe bastato questo a fermare il trattato, pensato per arricchire pochi e danneggiare molti.

3) Equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie di Europa e Canada

Basta leggere l’allegato 5-D per rendersi conto, senza tanti sforzi, di quello che sarà. Nel trattato vi sono infatti le linee guida per il riconoscimento di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie nei due Paesi. Ciò significa che il CETA permetterà di ottenere il mutuo riconoscimento di un prodotto – e quindi evitare nuovi controlli nel Paese in cui verrà venduto – se si è in grado di dimostrarne l'equivalenza con quelli commercializzati dalla controparte. La sostanziale equivalenza verrà valutata basandosi su una serie di criteri o linee guida che tuttavia non sono definiti.

4) Glifosato, uno dei timori più fondati

Il glifosato, minaccia più che mai concreta. Non si può di certo dire no a questa sostanza solo perché lo Iarc, massima agenzia mondiale per la ricerca sul cancro, emanazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo ritiene probabilmente cancerogeno.
Se in Europa se ne vietasse l’uso, che ne sarebbe del grano canadese importato? Dovrebbe essere prodotto senza usare l'erbicida.

5) Nelle mani del controllore senza controllo

Il Ceta potrà essere implementato dopo la ratifica dall’organismo di cooperazione regolatoria. Si tratta di un gruppo di tecnici il cui operato non è soggetto ad alcun controllo pubblico.

6) Crescita economica irrisoria per l'Europa e perdita di posti di lavoro

Secondo uno studio indipendente, l’entrata in vigore del CETA provecherebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea. Inoltre, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, l’adozione di questo trattato vedrebbe nel lungo periodo in Europa una irrisoria crescita economica compresa tra lo 0,02 e lo 0,03%. In Canada invece tale percentuale è compresa tra lo 0,18 e lo 0,36%.

7) L'Investment Court System (ICS), il sistema di tutela degli investimenti delle multinazionali

L'ICS assicura agli investitori stranieri particolari privilegi e minaccia il diritto dei governi di adottare e far rispettare leggi di interesse pubblico, come la protezione dell'ambiente o della salute pubblica. Grazie al CETA, l'Ics permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio i singoli Stati, ma non consentirebbe il contrario. Se l’ICS non dovesse passare l’esame di legittimità della Corte di giustizia europea, si bloccherebbe l’applicazione del CETA. Contro questo punto si è schierato apertamente il Belgio, che sta valutando di chiedere alla Corte di giustizia europea di pronunciarsi sulla legittimità
“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, ha detto Federica Ferrario di Greenpeace Italia.
“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori. I parlamentari europei, in particolare socialdemocratici e popolari, hanno abdicato al loro ruolo di garanti dei diritti e dell’ambiente”.
L'accordo infatti dovrà essere anche ratificato dai Parlamenti nazionali e regionali.
L'accordo CETA potrebbe applicarsi provvisoriamente dal primo giorno del mese successivo alla data cui entrambe le parti si sono reciprocamente notificate il completamento di tutte le procedure necessarie. Per i deputati tale data dovrebbe essere non prima del 1° aprile 2017.
Ancora una volta sono stati fatti gli interessi delle multinazionali.
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