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27 settembre 2016

Oms, il 92% della popolazione mondiale respira aria inquinata.In Italia 21mila morti

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Inquinamento, il 92% della popolazione mondiale respira aria sporca: in Italia 21mila morti

Inquinamento, il 92% della popolazione mondiale respira aria sporca: in Italia 21mila morti
Un’aria sporca che miete milioni di vittime ogni anno, soprattutto nei paesi poveri e più esposti ai fumi di combustibili, mezzi di trasporto inefficienti, centrali a carbone e rifiuti inceneriti
Che l’aria della Terra fosse inquinata era un dato ormai assodato, ma stupisce sapere che nel mondo meno di una persona su dieci ha la fortuna di respirare aria buona: il 92% della popolazione mondiale vive in aree in cui l’inquinamento atmosferico supera il limite massimo stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Un’aria sporca che miete milioni di vittime ogni anno, soprattutto nei paesi poveri e più esposti ai fumi di combustibili, mezzi di trasporto inefficienti, centrali a carbone e rifiuti inceneriti. Sono tre milioni le morti associabili ogni anno all’inquinamento atmosferico all’aperto, ma anche l’aria che si respira al chiuso, in casa e nel luogo di lavoro, può essere ugualmente letale. Nel 2012 l’Oms stima che siano 6,5 milioni i decessi legati all’inquinamento indoor e outdoor: ogni nove persone che muoiono nel mondo, una cade anche per via di quello che ha inalato. Circa il 90% delle morti riguardano Paesi a reddito medio-basso, e i due terzi si registrano nel Sudest asiatico e nel Pacifico occidentale. Il 94% dei decessi, prosegue l’Oms, è dovuto a malattie non trasmissibili: malattie cardiovascolari, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva e cancro ai polmoni.
Nel mondo – riporta l’Ansa – è la Cina il Paese che paga il prezzo più alto per le polveri sottili in termini di vite, con oltre un milione di decessi in un solo anno. Per l’esattezza nel 2012 sono stati 1,03 milioni i cinesi morti per cause riconducibili alla scarsa qualità dell’aria, in India 621 mila e in Russia 140 mila.
In Italia le morti si attestano intorno alle 21mila, di cui circa 6.400 per cancro ai polmoni, 5.800 per ictus, 8.300 per malattie cardiovascolari. La Penisola conta più vittime rispetto a Francia(11mila), Spagna (6.800) e Regno Unito (16mila). La Germania ne ha 26mila, la Polonia 26.600, l’Ucraina addirittura 54mila, ma non mancano le oasi felici come la Svezia, che arriva appena a 40. Nel resto del globo, in Usa l’aria inquinata fa 38mila vittime, in Giappone 30mila, in Australia solo 93.
A livello demografico, tubi di scappamento, camini e centrali elettriche non danneggiano tutti in egual misura. “L’inquinamento atmosferico continua a colpire le fasce di popolazione più vulnerabili: donne, bambini e anziani”, spiega Flavia Bustreo, vice direttrice generale dell’Oms. “Per essere in buona salute, le persone dovrebbero inalare aria pulita dal primo all’ultimo respiro”. Obiettivo che al momento appare irraggiungibile, ma verso cui la comunità internazionale si sta orientando. Un anno fa tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile è stata inserita la “riduzione sostanziale” entro il 2030 di morti e malattie per inquinamento dell’aria.

Tratto da Ansa

Oms, 92% della popolazione mondiale respira aria inquinata

Sono 6,5 milioni/anno le morti per inquinamento outdoor e indoor

Il 92% della popolazione mondiale vive in aree in cui l'inquinamento atmosferico supera il limite massimo stabilito dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). A dirlo è un nuovo studio della stessa Oms, che offre una mappa interattiva sulla qualità dell'aria in tremila città.



Sono tre milioni le morti associabili ogni anno all'inquinamento atmosferico all'aperto, ma anche l'aria che si respira al chiuso, in casa e nel luogo di lavoro, può essere ugualmente letale. Nel 2012 l'Oms stima che siano 6,5 milioni - pari all'11,6% del totale - i decessi associati all'inquinamento indoor e outdoor.

Circa il 90% delle morti riguardano Paesi a reddito medio-basso, e i due terzi si registrano nel Sudest asiatico e nel Pacifico occidentale. Il 94% dei decessi, prosegue l'Oms, è dovuto a malattie non trasmissibili - malattie cardiovascolari, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva e cancro ai polmoni. L'inquinamento dell'aria, inoltre, aumenta il rischio di infezioni respiratorie acute.

26 settembre 2016

Ilva, nuovo dossier riaccende l'allarme. Isde: la prevenzione primaria è indispensabile

Tratto da  Doctor33
Ilva, nuovo dossier riaccende l'allarme. Isde: prevenzione primaria è indispensabile

È l'ennesimo dossier su Taranto: prodotto e diffuso pochi giorni fa da PeaceLink, si chiama "Non toccate quelle polveri" e conferma l'emergenza ambientale che persiste nella città pugliese, nonostante la causa, l'acciaieria Ilva, sia ormai nota e denunciata da decenni. 

Ci sono tuttavia alcuni nuovi dati: prima di tutto il fatto che solo una parte delle polveri industriali che ricadono su Taranto viene monitorata, mentre altre si depositano a terra e si possono risollevare, soprattutto quando c'è vento. 
E proprio nelle giornate ventose aumentano infarti e ictus, perché l'impatto dell'inquinamento non è solo a lungo termine, con un aumento dei tumori. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, intervenendo al congresso dei presidenti degli Ordini dei medici, ha chiesto il loro impegno per "fermare la strage"
Ma secondo Agostino Di Ciaula, referente regionale per la Puglia dell'associazione Isde di medici per l'ambiente, siamo di fronte a un paradosso, perché le responsabilità sono tutte politiche e i medici non si sono mai tirati indietro: «sono anni che lavorano sul problema ambientale e sanitario di Taranto e nel 2013 la Fnomceo ha dedicato a questo un intero convegno». 
Di Ciaula riconosce a Emiliano una sensibilità "che altri non hanno avuto", «ma la questione si gioca a livello nazionale e negli ultimi quattro anni ci sono stai ben dieci decreti legge "salva-Ilva", che sono stati scritti in maniera assolutamente indipendente dalla tutela ambientale e sanitaria, privilegiando di fatto la produzione dell'acciaio su qualunque altro diritto, soprattutto quello alla salute; questi decreti sono ora all'attenzione della Corte per i diritti umani di Strasburgo».

Secondo Di Ciaula, si è creato un modello di salute pubblica in cui ci si limita a quantificare periodicamente i danni prodotti dagli inquinanti ambientali, dimenticando completamente qualunque possibilità di prevenzione primaria: «In questo caso non si tratta di fare diagnosi o terapia, ma di prevenzione; occorre rimuovere le cause note degli eccessi di patologie che colpiscono gli abitanti di Taranto, dall'età intrauterina in poi».

Entro il 2030 l’Olanda chiuderà tutte le sue centrali a carbone?

Tratto da Rinnovbili.it

L’Olanda chiuderà tutte le sue centrali a carbone


  • La legge appena approvata dal parlamento impegna il governo a tagliare le emissioni del 55% entro il 2030: per raggiungere questo obiettivo bisognerà chiudere tutte le centrali a carbone del Paese
L’Olanda chiuderà tutte le sue centrali a carbone

(Rinnovabili.it) – Il parlamento olandese ha appena approvato 
una legge per tagliare le emissioni di CO2del 55% entro il 
2030, e già del 25% entro il 2020. Il passo è importante per 
due motivi. Primo, mette l’Olanda in linea con le misure da
 adottare per rispettare l’accordo di Parigi, e anzi la catapulta 
tra i Paesi più virtuosi d’Europa da questa prospettiva. Secondo,
 per rispettare il contenuto della legge sarà necessario chiudere
 tutte le centrali a carbone, anche quelle appena entrate in
 funzione.
Il voto è arrivato in maniera quasi inaspettata, come lascia
 intuire il risultato: 77 favorevoli contro 72 contrari. Va però
 sottolineato che la misura approvata non è vincolante: resta 
quindi tutto lo spazio di manovra per fare marcia indietro. 
Ma per il momento sembra che la politica sia intenzionata ad
 andare proprio in direzione della rinuncia totale a una 
fonte altamente inquinante come il carbone e rivedere completamente
 il mix energetico del Paese del nord Europa. Sia il partito liberale
 che quello laburista infatti promettono di spingere fin da subito per
 accelerare l’implementazione della legge....

“Chiudere i grandi impianti a carbone anche se aperti di recente
 – ha affermato al Guardian Stientje van Veldhoven, parlamentare
 liberale – è di gran lunga il modo più efficace dal punto dei vista dei
 costi per raggiungere gli obiettivo dell’accordo di Parigi, e ogni Paese
 dovrà prendere misure di questo tipo. Non possiamo 
continuare a considerare il carbone come la fonte di 
energia più economica, quando è la più costosa dal punto 
di vista del clima”.

Clima, Obama rilancia la lotta al carbone: verso -40% per le emissioni

Tratto da  ItaliachiamaItalia

Clima, Obama rilancia lotta a carbone: verso -40% emissioni

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama rilancia la lotta al cambio climatico, dichiarando guerra all’inquinamento atmosferico. L’agenzia federale Usa che si occupa di ambiente, la Environmental Protection Agency (Epa) ha presentato un piano molto ambizioso che prevede per la prima volta limiti molto rigidi alle emissioni di anidride carbonica delle centrali elettriche di nuova costruzione, a gas ma soprattutto a carbone. Secondo le nuove regole che saranno in vigore entro l’anno, i futuri impianti dovranno ridurre le loro emissioni di diossine del 40%. Si tratta di un impegno molto gravoso sotto il punto di vista economico visto che i nuovi standard richiedono l’adozione di tecnologie molto avanzate, ma anche molto care, allo scopo di tutelare l’atmosfera contro l’effetto serra, responsabile di enormi stravolgimenti per la vita del pianeta.

Una mossa dell’amministrazione dal grande significato politico che rimette la questione della difesa dell’ambiente al centro dello scontro tra la Casa Bianca e la destra repubblicana, tradizionalmente vicina alla lobby dei produttori di energia. In tanti non hanno preso per nulla bene che Obama abbia deciso queste misure per decreto, senza il via libera dal Congresso. Tanto che il Washington Post si dice pressoche’ certo che queste nuove regole verranno contestate dagli industriali a colpi di ricorsi in Tribunale. ”Nella lotta per il clima, Obama mette il carbone nel mirino”, sintetizza Politico.com. La responsabile dell’Epa, Gina McCarthy, tenta di calmare le acque: ”Il nostro obiettivo e’ solo quello di trattare le centrali a carbone come tutte le altre industrie, chiedendo loro di rispettare le leggi che difendono la qualita’ dell’aria”. Ma il settore reagisce con rabbia dicendo che i costi aggiuntivi per risanare gli impianti saranno enormi, praticamente insostenibili. Hal Quinn, presidente della National Mining Association, il gruppo delle aziende che estraggono il carbone ha dichiarato cosi’ la sua netta opposizione: ”Con queste nuove regole di fatto si mette al bando il carbone dal mercato energetico americano. L’Epa in modo irresponsabile sta giocando con il futuro economico e energetico della Nazione”. Al momento il carbone fornisce circa il 37% dell’intera produzione elettrica americana. E i critici di Obama temono che le nuove regole possano far esplodere il costo delle bollette. Ma gli ambientalisti assicurano che non c’e’ nessun pericolo in vista: John Thompson, capo della Fossil Transation Project, un’organizzazione che spinge per l’energia verde, sostiene che lo scenario peggiore prodotto dai nuovi standard porterebbe al’aumento del costo dell’energia elettrica del 13% nei prossimi 30 anni. ”Non neghiamo che ci sara’ un costo associato ai nuovi standard. Tuttavia – ha replicato la McCarthy – ogni tecnologia di prima generazione e’ sempre piu’ cara delle precedenti. Ma in gioco c’e’ la salvezza del pianeta”.

25 settembre 2016

Ecologia della vita quotidiana. Inquinamento e salute dei bambini

Tratto da Peacelink
Ecologia della vita quotidiana

Inquinamento e salute dei bambini

Alcune norme per ridurre l'esposizione agli inquinanti, valide in particolare durante allattamento
25 settembre 2016 - Annamaria Moschetti (pediatra)
Ho completato e inviato il capitolo su "Latte materno ed inquinanti " che ho scritto per la seconda edizione del Libro "Inquinamento e salute dei bambini" (Pensiero Scientifico Editore).
Ecodidattica Kids

In anteprima , trascrivo la parte sulle norme per ridurre l'esposizione agli inquinanti.
1. Lavare bene la frutta e la verdura che siano preferibilmente di stagione.
 
2. Evitare l'uso di pesticidi in casa e nel giardino.
 
3. Preferire i cibi che sono in una posizione il più in basso possibile della catena alimentare, come cereali, legumi e ortaggi.
 
4. Limitare il consumo dei latticini soprattutto quelli più grassi e preferire l’olio di oliva al burro.
 
5. Diminuire il consumo di carni rosse, eliminando con cura il grasso in eccesso. Eliminare la pelle e il grasso in eccesso dal pollame.
 
6. Evitare di mangiare pesci o mitili che provengano da acque riconosciute come inquinate. Preferire pesci di piccole dimensioni e poco grassi. Togliere la pelle ai pesci più grassi.
 
7. Evitare in allattamento e gravidanza diete dimagranti che immettano nel sangue all'improvviso maggiori quantità di fattori inquinanti liposolubili, come i POP (inquinanti persistenti organici).
 
8. Evitare di fumare sigarette e di bere alcool poiché i livelli dei fattori inquinanti più elevati sono stati rilevati nelle persone che fumano e bevono alcoolici.
 
9. Mantenere un buon introito di calcio e ferro nella dieta. 
10. Preferire prodotti provenienti da agricoltura biologica.

Queste indicazioni, che divengono rigorose durante l’allattamento e la gravidanza, rappresentano buone norme per ridurre l’esposizione agli inquinanti in ogni periodo della vita

Il 27 Settembre Paul Connett a Livorno- No inceneritori

Tratto dall' Evento Facebook 

 Il 27 Settembre Paul Connett a Livorno- No inceneritori

Il Coordinamento provinciale Rifiuti Zero Livorno ed il presidente di Zero Waste Italy, Rossano Ercolini, ospiteranno il prossimo 27 settembre (ore 21, Circoscrizione 1 via Gobetti) a Livorno il prof. Paul Connett, lo scienziato che ha sconfitto la lobby degli inceneritori in USA, per un incontro con la cittadinanza, dopo la presentazione del piano Aamps che prevede un aumento di rifiuti importati da incenerire a Livorno.

Il sindaco di Livorno è invitato.

"Paul Connett è uno scienziato statunitense.
Professore di chimica e tossicologia (St. Lawrence University) ed attivista ambientale tra i fondatori della strategia Rifiuti Zero.
Laureato alla Cambridge University, ha conseguito un Ph.D. presso il Dartmouth College, professore alla St. Lawrence University dal 1983 al 2006 ed oggi professore Emerito. Si è impegnato sulle indagini scientifiche contro la pratica della fluorizzazione dell'acqua.
Connett si è opposto all'incenerimento come metodo di gestione dei rifiuti solidi urbani, basandosi sull'analisi chimica dei sottoprodotti del processo:
la sua attività di attivista lo ha condotto a fare oltre 1700 presentazioni pubbliche in 49 Stati degli Stati Uniti, cinque province canadesi e in 44 altri paesi del mondo.
Sul tema ha scritto molti articoli sulla diossina. 
In Italia è presidente del comitato scientifico della commissione Rifiuti Zero di Capannori, primo comune in Italia ad adottare tale strategia di gestione del servizio. Direttore esecutivo della Fluoride Action Network e del progetto American Environmental Health Studies, è autore con James Beck e H. Spedding Micklem del libro "The case against fluoride".
È stato ospitato da Beppe Grillo per il terzo Vday svolto a Genova il 1º dicembre 2013 per parlare ed informare di sostenibilità e Rifiuti Zero".
https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Connett)

http://rifiutizerolivorno.blogspot.it/p/eventi.html


23 settembre 2016

Greenpeace diffonde i testi segreti del Tisa: “accordo pericoloso”

Tratto da Il Velino.it

Greenpeace Olanda diffonde i testi segreti del Tisa: “accordo pericoloso”

“Ostacola democrazia e lotta a cambiamenti climatici”. Il negoziato segreto sul Tisa procede dal 2013 tra Unione europea, Stati Uniti e altri 21 Paesi e potrebbe essere concluso entro la fine di questo anno

Greenpeace Tisa
Greenpeace Olanda ha pubblicato oggi sul sito www.tisa-leaks.org alcuni testi finora segreti e un’analisi del capitolo sull’energia relativi al negoziato a porte chiuse del TiSA (Trade in Service Agreement – Accordo sugli scambi di servizi). Inoltre a Ginevra, in concomitanza con il ventesimo round di negoziati su questo accordo, attivisti dell’associazione hanno aperto uno striscione che recita "Don’t trade away our planet” (Non svendete il nostro Pianeta). Il negoziato segreto sul TiSA procede dal 2013 tra Unione europea, Stati Uniti e altri 21 Paesi e potrebbe essere concluso entro la fine di questo anno. Addirittura alcuni dei capitoli del trattato saranno soggetti a vincolo di riservatezza per un periodo di cinque anni anche dopo la definizione e la firma dei Paesi interessati. La nuova serie di documenti sui negoziati del TiSA, tra cui l'allegato sui servizi energetici, è per Greenpeace fonte di grossa preoccupazione. Secondo l’analisi di questi testi, l’entrata in vigore del TiSA, oltre che essere un pericolo per la democrazia, andrebbe in senso contrario rispetto a quanto stabilito nel dicembre scorso dai negoziati di Parigi sul clima.
“Questi testi mostrano che il TiSA, al pari di altri accordi commerciali, contiene misure che legano le mani di quegli stessi politici che dovrebbero applicare l'accordo sul clima di Parigi”, dichiara Federica Ferrario, della campagna Agricoltura e progetti speciali di Greenpeace Italia. Dall’analisi effettuata da Greenpeace emerge che: negli anni a venire la transizione energetica avrà necessariamente bisogno di una regolamentazione del settore privato, ma con la clausola di “standstill” (stasi delle liberalizzazioni) prevista dal TiSA questa operazione risulterà difficile se non praticamente impossibile. La cosiddetta clausola "ratchet" (una sorta di divieto a reintrodurre barriere commerciali) implicherebbe che servizi vitali come l'energia, l'acqua potabile e l'istruzione, se liberalizzati, non potrebbero più essere rinazionalizzati. Indipendentemente dalla volontà degli elettori, questi servizi fondamentali sarebbero sempre orientati in linea prioritaria verso la produzione di profitti.
Le aziende private avrebbero voce nella stesura di nuovi regolamenti che andrebbero a influenzare i loro interessi. La capacità dei governi di garantire una efficace supervisione democratica dei processi di regolamentare sarebbe per lo meno limitata, se non azzerata. Nessuna distinzione potrà essere fatta tra fonti energetiche meno impattanti e combustibili fossili più nocivi, rendendo nella pratica impossibile una graduale eliminazione di quelle più dannose come il carbone, il petrolio estratto da sabbie bituminose e lo shale gas. Accordi commerciali come il TiSA porteranno ad un aumento del commercio di combustibili fossili mentre il loro uso e commercio dovrebbero essere ridotti per rispettare gli accordi sul clima di Parigi e la tutela del Pianeta.
“Google e Facebook non dovrebbero stabilire le regole sulla privacy e le banche non dovrebbero autoregolamentarsi. Sapere che l’industria dei combustibili fossili potrebbe essere tra i protagonisti della redazione di policy ambientali è una contraddizione. Sarebbe come chiedere all’industria del tabacco di scrivere le norme sulla salute. Queste decisioni devono essere prese dai cittadini tramite i governi che hanno democraticamente eletto, non dalle aziende”, conclude Ferrario. Greenpeace chiede che le negoziazioni su TiSA e TTIP vengano immediatamente sospese e che non venga ratificato il CETA (controverso accordo tra Ue e Canada). Anziché minare le politiche a salvaguardia del clima, gli accordi commerciali dovrebbero essere progettati per migliorare le azioni in sua difesa. È inaccettabile che accordi commerciali come TiSA, TTIP o CETA vengano negoziati in segreto, e vadano a scapito di cittadini e ambiente. Invece di sacrificare la tutela dell'ambiente a beneficio delle grandi aziende, tutti i nuovi accordi commerciali devono focalizzarsi su trasparenza e lotta ai cambiamenti climatici. Il TTIP e il CETA saranno argomento di discussione il 23 settembre a Bratislava, durante la riunione dei ministri Ue del commercio.

Wwf: "L'Italia predisponga una corsia preferenziale in Parlamento per ratificare l'accordo di Parigi"

Tratto da Ecodallecitta'
Immagine: Clima, Wwf:
Clima, Wwf: "L'Italia predisponga una corsia preferenziale in Parlamento per ratificare l'accordo di Parigi"
A parte gli annunci, l'Italia non ha ancora calendarizzato la ratifica dell'accordo. L'associazione chiede l’immediata presentazione del Disegno di legge di ratifica e una corsia preferenziale in Parlamento perché venga approvato a inizio ottobre
22 settembre, 2016

"Manca poco, la ratifica di Paesi che rappresentano un ulteriore 7% delle emissioni di gas serra, perché l’accordo di Parigi possa entrare in vigore, un mese dopo che le condizioni per l’entrata in vigore si siano determinate. Questo vuol dire che con tutta probabilità, in occasione della Conferenza ONU sul Clima di Marrakech, in programma dal 7 al 18 novembre, si potrà anche festeggiare l’operatività del trattato e soprattutto mettersi a lavorare alacremente per la sua attuazione". A dirlo è il Wwf, in una nota scritta in occasione delle ultime ratifiche all'accordo stipulato alla Cop21. Il Segretario Generale dell'Onu Ban Ki-moon ha annunciato che con i 31 strumenti di ratifica che gli sono stati consegnati, sono saliti a 60 i firmatari dell'intesa, produttori complessivamente del 47,5% delle emissioni di CO2. "Abbiamo superato la prima delle due soglie", ha detto Ban. 

Ma il Wwf fa notare che "nella lista dei Paesi che hanno ratificato spicca l’assenza dell’Unione Europea: in realtà alcuni Paesi l’hanno già fatto, come Francia, Ungheria, Austria, Slovacchia, altri hanno dei tempi parlamentari già fissati. La Germania ad esempio la prossima settimana. Ma accanto alla ratifica comunitaria già decisa dai leader nel vertice di Bratislava, occorre che anche gli altri Paesi si affrettino a farlo. Tra questi, l’Italia, per peso e come paese fondatore dell’Unione, deve essere tra i primi e non tra gli ultimi. Dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Ambiente, dunque, il WWF chiede l’immediata presentazione del Disegno di legge di ratifica e una corsia preferenziale in Parlamento perché venga approvato a inizio ottobre. Ben prima del referendum costituzionale e dell’inevitabile rallentamento dei lavori parlamentari, dunque, ma soprattutto in tempo per consentire che l’accordo possa entrare in vigore al più presto".

PATRIZIA GENTILINI -Fertility Day: cara Lorenzin, anche l’inquinamento può causare infertilità

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Fertility Day: cara Lorenzin, anche l’inquinamento può causare infertilità

Patrizia Gentilini 
Medico oncologo ed ematologo, membro di Isde e Medicina Democratica

L’annuncio da parte del ministro Lorenzin il 22 settembre delFertility Day, giornata dedicata al problema della costante riduzione della procreazione nel nostro paese, ha suscitato vivaci polemiche in quanto da più parti si è fatto notare che la scelta di fare o non fare figli è pesantemente condizionata anche da fattori quali presenza di servizi sociali, stabilità occupazionale, disponibilità abitativa, condizioni tutte purtroppo estremamente precarie nell’attuale situazione del paese e non certo imputabili alla volontà dei singoli soggetti.
C’è tuttavia un’altra critica – fra tutte quelle mosse al Fertility day – che non ci sembra sia stata adeguatamente sollevata e cioè il fatto che ancora una volta nulla si dica sulle cause dell’infertilità, problema che affligge ormai oltre il 15% delle coppie. Nel razionale della giornata stilato dal Ministero sono citati infatti temi quali il ruolo dell’età, come superare la sterilità, la possibilità di preservare la fertilità anche in caso di malattie tumorali, ma nulla è dedicato all’eziologia dei disturbi della sfera riproduttiva che sono causa di infertilità.
Il problema non è di poco conto e anche in questo caso il ruolo dell’inquinamento non è affatto secondario, in quanto anche la sfera riproduttiva – una delle funzioni più fragili e delicate della salute umana – è purtroppo pesantemente compromessa da esposizione a tossici ambientali. Già da una revisione del 2013 era emerso un aumento del rischio di abortività spontanea, nati morti, ritardo nella crescita fetale, prematurità, infertilità, cattiva qualità del seme, anomalie congenite in relazione a inquinanti quali particolato, ozono, ossidi di azoto, pesticidi, solventi, metalli, radiazioni, sottoprodotti di disinfezione, arsenico e nitrati, inquinanti organici persistenti (Pop’s), bisfenolo A, ftalati e composti perfluorurati (Pfos, Pfoa).
Più recentemente il problema è stato affrontato anche dallaFederazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici (Figo) che in un articolo del 2015 ha confermato come la salute riproduttiva sia strettamente connessa a esposizioni ambientali. Di particolare interesse sono gli studi che riguardano la cattiva qualità dell’aria e gli effetti dei pesticidi sulla fertilità. Uno studio condotto recentemente nel sud Italia ha raccolto i casi di abortività spontanea da cinque città (514.996 abitanti) correlandoli con Pm 10, Ossidi di Azoto e Ozono: l’abortività spontanea è risultata correlata a Pm 10 e Ozono, anche se gli inquinanti rientravano nei limiti di legge con un incremento del 19,7% per ogni incremento di 10 mg/m3 di Pm 10.
Per quanto riguarda i pesticidi (in particolare organofosforici) – e in generale tutte le sostanze che agiscono come “interferenti endocrini”- è assodato che alterano pesantemente la funzione gonadica maschile e comportano un peggioramento della qualità del seme per riduzione della densità, motilità, numero degli spermatozoi, aumento delle anomalie al Dna e alterazioni della loro morfologia, ma anche riduzione del volume e peso di testicoli, epididimo, vescicole seminali e prostata e alterazioni dei livelli di testosterone e degli ormoni ipofisari.
Anche l’endometriosi – patologia complessa che affligge le giovani donne caratterizzata dalla presenza di tessuto endometriale al di fuori della cavità uterina e soggetto a sanguinamento ciclico analogamente a quanto accade fisiologicamente in utero – comporta gravi conseguenze sulla fertilità femminile. Aderenze, esiti cicatriziali, stenosi tubarica e anche le terapie farmacologiche che devono essere adottate per contenere la malattia, riducono infatti notevolmente la possibilità del concepimento ed anche in questo caso i fattori ambientali, in particolare Pop’s, rappresentano un fattore di rischio non trascurabile.
Su un centinaio di donne sottoposte a laparoscopia per endometriosi sono stati dosati nel sangue alcuni pesticidi: i più alti livelli di clordano, fungicidi aromatici, esaclorobenzene sono risultati associati con un rischio 5 volte superiore di endometriosi. Questi risultati sono stati confermati recentemente in un ampio studio caso-controllo condotto su 248 casi di endometriosi chirurgicamente confermata e 538 controlli sani, tutti sottoposti a dosaggio ematico di β-esaclorocicloesano (HCH) e mirex. Per i livelli più elevati di HCH si è evidenziato un aumento del rischio per endometriosi del 70% e per il mirex del 50%.
Ma, fortunatamente, qualcosa sta cambiando perché soprattutto fra le donne si sta facendo strada una nuova e profonda consapevolezza sul loro ruolo in difesa della salute e dell’ambiente e a questo proposito l’appello “Donne Guardiane della Terra” e l’evento alternativo previsto per il 22 settembre ci fa davvero ben sperare.

22 settembre 2016

WWF SAVONA : LA LIGURIA HA IL PIU' ALTO TASSO DI MORTALITA' PER CANCRO DELLE REGIONI EUROPEE


Tratto da WWF SAVONA 

LA LIGURIA HA IL PIU' ALTO TASSO DI MORTALITA' PER CANCRO DELLE REGIONI EUROPEE

Dall' Annuario Eurostat 2016 emerge che nel 2012 nella Regione Liguria si è registrato il tasso di mortalità per cancro più alto di tutte
 le altre regioni Ue, pari a 364 decessi ogni 100mila abitanti.

Per contro la Calabria è stata una delle regioni col tasso più basso, 
pari a 230 morti ogni 100mila abitanti.
Anche sulla base di questo dato, l'analisi statistica sottolinea un 
divario di mortalità tra nord e sud, oltre che in Italia, anche in 
Spagna e in Germania.

Germania e Regno Unito sono stati i due Paesi col maggior numero 
di regioni, ben 13, che hanno registrato un tasso di mortalità per 
cancro di almeno 290 ogni 100mila abitanti; segue l'Italia, con 
otto regioni - tra queste Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, 
Marche, Umbria - e Olanda, con quattro regioni.

LA PUBBLICAZIONE E' SCARICABILE QUA 
" North–south divide in crude death rates from cancer within Spain, Germany and Italy Germany and
 the United Kingdom had the largest number of regions with crude death rates for cancer that were at 
least 290 per 100 000 inhabitants (the darkest shade in Map 3.4), each with 13 regions in this class,
 followed by Italy (eight regions), the Netherlands (four regions), Denmark, Spain and France 
(each with three regions); also in this class were the Portuguese region of Alentejo, the Finnish 
region of Åland, and Latvia (one region at this level of detail).
It is interesting to note that crude death rates from cancer in the northern halves of Spain, Germany 
and Italy were considerably higher than the rates that were recorded in southern regions. For example, 
the highest crude death rate from cancer among any of the NUTS level 2 regions in the EU 
was recorded in the northern Italian region of Liguria 
(364 deaths per 100 000 inhabitants in 2012), 
which could be contrasted with a relatively low crude death rate in the southern Italian region of 
Calabria (230 deaths per 100 000 inhabitants). There were also considerable disparities in crude
 death rates from cancer between the regions of France and those of the United Kingdom. 
For example, three French regions had crude death rates of at least 300 deaths per 100 000 inhabitants,
 while the three départements d’outre-mer for which data are available and the capital city region of 
the Île de France had rates that were below 215 per 100 000 inhabitants (shown in the lightest shade
 in Map 3.4). In the United Kingdom, crude death rates from cancer of at least 290 per 100 000
 inhabitants were recorded for many regions in contrast to a rate of just 168 deaths per 100 000
 inhabitants in London (NUTS level 1). Indeed, it was not uncommon to find the lowest regional death
 rates from cancer reported for capital city regions, as, along with the United Kingdom, this was also
 the case for Belgium, Denmark, Ireland, Finland and Sweden. "
                         Tratto da  WWF Savona

Slitta l’entrata in vigore dell’Accordo sul clima di Parigi per Italia e Ue .

Tratto da Greenreport

Slitta l’entrata in vigore dell’Accordo sul clima di Parigi. Italia e Ue mancano all’appello

Necessario ancora il 7,5% delle emissioni per tagliare il traguardo........           di  Luca Aterini
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Il tempo è la principale, scarsissima risorsa a stabilire se l’umanità potrà tenere a freno o meno i cambiamenti climatici innescati a partire dalla seconda rivoluzione industriale. Oggi, a New York di tempo ne abbiamo sprecato un altro po’. Si è appena conclusa quella che, nelle intenzioni delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto essere la giornata decisiva per l’entrata in vigore dell’Accordo sul clima raggiunto a Parigi lo scorso dicembre, firmando il quale 197 parti (ovvero 196 Paesi più l’Ue) si sono impegnate a mantenere il riscaldamento globale «ben al di sotto dei 2°C». Con oggi, a ratificare davvero l’Accordo – o ad aver già depositato gli strumenti per farlo – sono stati 60 Paesi, responsabili del 47,62% delle emissioni di gas serra mondiali. Ancora non basta.
L’Accordo sul clima di Parigi entrerà in vigore 30 giorni dopo la ratifica da parte di 55 paesi che rappresentino il 55% delle emissioni di gas serra. «Abbiamo bisogno di coprire il 7,5% delle emissioni globali in più per raggiungere la soglia», ha dichiarato oggi il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki moon, aggiungendo comunque di «essere sempre più convinto che l’Accordo di Parigi entrerà in vigore entro la fine dell’anno».
A tal proposito, è indubbio che alcuni segnali incoraggianti siano oggi arrivati nel corso dell’assemblea Onu. Da quando Usa e Cina (il 38% delle emissioni globali di gas serra) hanno ratificato l’Accordo, all’inizio di questo mese, è scattata una corsa alla firma tra altri Paesi, trascinati dalle due superpotenze. Soltanto oggi altri 31 Paesi si sono aggiunti alla lista: dall’Islanda agli Emirati Arabi Uniti, dal Brasile alla Repubblica di Vanuatu. «Uno slancio straordinario da parte degli Stati e un chiaro segnale della loro determinazione ad attuare subito l’Accordo di Parigi e ad aumentare l’ambizione nel corso dei decenni a venire», ha dichiarato Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc).
Altri 14 paesi che rappresentano il 12,58% delle emissioni – assicurano dall’Onu – si impegnati a ratificarlo entro il 2016, consentendo in questo modo l’entrata in vigore dell’Accordo. Non è però irrilevante che queste firme non siano arrivate in tempo per oggi, come inizialmente auspicato. Come si nota scorrendo la lista dei firmatari, ad ora manca un grande protagonista. L’Unione europea con i suoi Stati membri, tra i quali ovviamente l’Italia, che per decenni si è vantata – a ragione – del proprio ruolo di faro verde nel mondo.
Non la Francia, non la Germania, non l’Italia: nessuno ha ancora ratificato l’Accordo trovato proprio a Parigi.
Vero è che la ratifica ad oggi non appare in dubbio, tanto che a Bruxelles un voto sul tema è in programma per il 9 ottobre. Anche in quest’occasione però l’Ue (responsabile di circa l’11% delle emissioni globali, ben oltre il 7,5% che sarebbe stato oggi necessario) mostra di saper muoversi per tempo, oppure di non ritenere la partita climatica – e dunque in definitiva un progetto di sviluppo sostenibile –una priorità.
Testimone esemplare di questo deficit è purtroppo l’ItaliaCome ha sottolineato nei giorni scorsi il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, il governo italiano «è pronto a discutere la sua legge di ratifica in un prossimo Consiglio dei ministri, perché il Parlamento possa esaminarla ed approvarla in tempi rapidi, con l’auspicio che l’Italia possa prendere parte ai lavori della Cop22 di Marrakech avendo già completato l’iter di ratifica». Ovvero, entro 46 giorni da oggi.
Nel mentre, qualche certezza c’è. Nel 2015 il Pil italiano è cresciuto di un modesto 0,8%, performance che dovrebbe ripetere nel 2016, mentre le emissioni di gas serra nazionali sono salite secondo i dati raccolti da Ispra di oltre il doppio, +2% (+2,5% secondo la Fondazione per lo sviluppo sostenibile). Nello stesso tempo il Pil mondiale è cresciuto del 3%, mentre le emissioni di CO2 sono rimaste ferme al livello dell’anno precedente. Ciò non deve distrarre dal dato di fondo, che vede l’economia globale ancora ben lontana da raggiungere standard di sostenibilità, come ben evidenziano gli impegni climatici presentati dai vari paesi proprio per l’Accordo di Parigi. Anche se venissero rispettati, la temperatura media globale salirebbe comunque di +2,7-3 °C (una stima che ha trovatonumerose conferme), ovvero ben lontano dalla soglia di sicurezza per evitare cambiamenti climatici devastanti e irreversibili.
Non rimane che restare aggrappati a quanto concluso, e insistere sull’ottimismo della volontà. «Ciò che una volta sembrava impossibile è ormai inevitabile», ha osservato Ban Ki moon. Le temperature in continua salita non possono che dargli ragione.