COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE.

QUESTO BLOG UTILIZZA COOKIES ,ANCHE DI TERZE PARTI.SCORRENDO QUESTA PAGINA ,CLICCANDO SU UN LINK O PROSEGUENDO LA NAVIGAZIONE IN ALTRA MANIERA ,ACCONSENTI ALL'USO DEI COOKIES.SE VUOI SAPERNE DI PIU' O NEGARE IL CONSENSO A TUTTI O AD ALCUNI COOKIES LEGGI LA "COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE".

23 gennaio 2017

Con l'inquinamento cuore a rischio per l'ipertensione

Con l'inquinamento cuore a rischio per l'ipertensione

Tratto da salute24.il sole 24ore

Un'aria poco salubre può far aumentare la pressione anche in seguito a brevi esposizioni. Ecco gli inquinanti che minacciano la salute

L’ipertensione è il più importante fattore di rischio per infarti, ictus, aneurismi, arteriopatie periferiche, insufficienza renale cronica e retinopatie. Per prevenirla è importante agire sullo stile di vita, ad esempio abbandonando cattive abitudini come fumare, ma non solo: anche ridurre l’esposizione all’inquinamento atmosferico può aiutare a proteggere la salute dalle complicanze di una pressione troppo alta. A dimostrarlo sono gli studi sul tema presenti nella letteratura scientifica, recentemente rianalizzati in una pubblicazione sulla rivista Hypertension di un gruppo di esperti coordinato da Tao Liu, epidemiologo della divisone di salute ambientale del Guangdong Provincial Institute of Public Health di Guangzhou, in Cina.

I 17 studi riesaminati hanno incluso più di 108 mila pazienti ipertesi e 220 mila individui senza problemi di ipertensione. L’incidenza di quest’ultima - definita come una condizione in cui la cosiddetta massima supera i 140 mmHg oppure la minima supera i 90 mmHg - è stata confrontata con l’esposizione ad alcuni inquinanti emessi nell’aria dalla combustione del carbone, con i gas di scarico dei veicoli e sotto forma di polveri. Ne è emerso che l’ipertensione è associata sia all’esposizione a lungo termine al diossido di azoto (prodotto dell’uso dei combustibili fossili, inclusi quelli utilizzati per alimentare i motori delle automobili) e al particolato inquinante che all’esposizione a breve termine al particolato e all’anidride solforosa (derivante soprattutto dall’uso dei combustibili fossili).

Abbiamo scoperto un rischio significativo di sviluppare l’ipertensione a seguito dell’esposizione all’inquinamento atmosferico”, spiega Liu, secondo cui “le persone dovrebbero limitare la loro esposizione [agli inquinanti] nei giorni in cui il livello di inquinamento nell’aria è molto elevato, soprattutto coloro che hanno la pressione alta, anche un’esposizione molto breve potrebbe aggravare le loro condizioni”.

Il meccanismo alla base dell’associazione resta ancora da accertare. L’ipotesi è che ad entrare in gioco siano infiammazione e stress ossidativo; entrambi questi fattori potrebbero infatti influenzare il funzionamento delle arterie, portando così all’aumento della pressione. “Pensiamo di immergerci ulteriormente negli effetti del particolato e delle loro fonti sul rischio di ipertensione - racconta Liu - nella speranza di fornire ulteriori informazioni a chi si occupa delle politiche per il controllo dell’inquinamento atmosferico”.

Renzo Rosso: Terremoti, valanghe e frane. Cos’è l’effetto domino nei disastri naturali.

 

Terremoti, valanghe e frane. Cos’è l’effetto domino nei disastri naturali.

Terremoti, valanghe e frane. Cos’è l’effetto domino nei disastri naturali
Che in alta montagna le scosse di un terremoto possano provocare non solo frane ma anche valanghe è un rischio abbastanza noto e ne abbiamo avuto la conferma diretta in Nepal nel 2015.
Il nostro gruppo di ricerca lavora da tempo in questo Paese, giacché studiamo il comportamento delle calotte glaciali, dall’Himalaya al Karakorum: sono le torri d’acqua dell’Asia, dove abbiamo fatto varie spedizioni scientifiche. Fu perciò enorme l’emozione per il disastro delle valanghe distaccatesi dalle pendici dell’Everest in seguito alle scosse sismiche della primavera di quell’anno, anche se il numero delle vittime fu poi ridimensionato (meno di 20 morti e una sessantina di feriti) rispetto agli iniziali timori, poiché c’erano quasi mille persone come possibile bersaglio. Ed eravamo in apprensione per gli amici e i collaboratori che vivono e lavorano lì.
Quanto accaduto a Rigopiano è del tutto diverso, se pensiamo che l’albergo è a quota 1.200 metri, mentre il ghiacciaio del Khumbu è a 4.900 metri di quota. Anche in Abruzzo abbiamo comunque assistito a una manifestazione dell’effetto domino che rappresenta uno degli aspetti più difficili da affrontare in caso di emergenza.
Questo effetto può manifestarsi in due forme. La prima è l’azione moltiplicatrice che innesca lo stesso tipo di catastrofe. Per esempio, il crollo di una diga può provocare il successivo crollo di altri sbarramenti a valle, come accadde nel 1975 in Cina, dove il disastro di Banquio provocò 26mila vittime. Alla seconda forma sono assimilabili i disastri concatenati di diversa natura, come nel caso abruzzese: le scosse possono attivare le frane, soprattutto se latenti, e innescare le valanghe sui versanti innevati.
In mare, il terremoto può generare uno tsunami, con grave pericolo per le coste, anche lontane dall’epicentro. All’uragano Matthew del 2016 ha fatto seguito un numero enorme di dissesti. Gli incendi sono una delle cause della desertificazione e, se il terreno bruciato viene colpito da un nubifragio prima che il suolo si sia ricostruito, le piene possono diventare rovinose e così le colate detritiche. E qualcuno potrebbe ribattere che il disastro di Banquio seminò la morte anche dopo, per via della carestia e delle epidemie: più di 200mila vittime.
Prevedere dove le catastrofi possano colpire e con quanta probabilità lo possano fare si basa su conoscenze, tecniche e pratiche di zonazione abbastanza consolidate, anche a fine risoluzione spaziale. Ciò vale per il rischio sismico e alluvionale, così come per il rischio di valanga, di frana, di tsunami e d’incendio, anche se in Italia manca del tutto una capillare, efficiente e trasparente raccolta dei dati necessari. Ma basta guardare l’assetto geomorfologico e idrografico dell’impluvio a monte dell’albergo abruzzese per porsi qualche domanda imbarazzante.
Al contrario, prevedere la concatenazione degli eventi e stabilire con quanta probabilità l’effetto domino possa manifestarsi è molto più difficile. In qualche caso, il principio di precauzione può venire in aiuto. Per esempio, uno studio dell’Oecd rivela che in Italia ci sono almeno un migliaio di siti classificati come pericolosi dalla direttiva Seveso; siti che sono, nello stesso tempo, potenzialmente inondabili. In caso di inondazione, l’effetto di dilavamento e la successiva diffusione sul territorio di potenti inquinanti può produrre danni assai maggiori di quelli della sola alluvionale. Non sarebbe quindi sbagliato provvedere alla sicurezza di questi siti anche con metodi di auto-protezione di emergenza, il cosiddetto flood proofing. E l’applicazione dello stesso principio potrebbe mitigare anche altre manifestazioni dell’effetto domino.
Ancora più complesso è stabilire le probabilità, marginale e condizionale, per cui, in seguito a un evento catastrofico in atto, se ne possano innescare a catena altri ugualmente se non più disastrosi. E la vicenda del terremoto di L’Aquila del 2009 ha insegnato molto, ma forse non abbastanza

22 gennaio 2017

Centrale di Genova, per il momento stop al carbone

Centrale di Genova, per ora stop al carbone
Tratto da La Repubblica.it
Tutto il carico della nave "Sider Tis" è stato scaricato nel porto di Ancona.
Niente carbone nel porto di Genova, per il momento. Il carico a bordo della Sider Tis, destinato al porto di Ancona e a quello di Genova, è stato tutto quanto scaricato nello scalo adriatico. La nave quindi non raggiungerà il porto di Genova, come inizialmente previsto. Secondo i programmi indicati, il carico di 11mila tonnellate avrebbe dovuto essere diviso fra Ancona (7mila tonnellate) e Genova (4mila). Ma alla fine si è optato per fare l'intera operazione ad Ancona. Resta da capire che cosa accadrà ora della centrale di Genova, la cui riapertura temporanea per far fronte alle richieste francesi ha suscitato durissime reazioni. "Ci è stato detto che la nave non verrà più, non abbiamo informazioni su quello che succederà in futuro" commenta il console della compagnia portuale "Pietro Chiesa" Tirreno Bianchi. In attesa di un pronunciamento ufficiale dell'Enel, resta ancora l'incertezza sul futuro dell'impianto che era stato chiuso la scorsa estate e su cui già si era ipotizzata una nuova vita sotto forma di museo. “La priorità - commenta Roberto Malini, co-presidente di EveryOne Group - viene accordata dalle istituzioni a un interesse che dovrebbe sempre essere primario: la salute e il benessere della cittadinanza, l’integrità di un ambiente di per sé delicato. La società civile, però, non deve però allentare la vigilanza finché quel vero e proprio ‘mostro’ obsoleto e inquinante non sia chiuso in via definitiva e riconvertito, secondo i progetti dell’estate scorsa, in un museo”.

20 gennaio 2017

La lettera delle associazioni ambientaliste italiane al nuovo presidente Trump!

Tratto da Greenreport

Pochi minuti dopo che Trump è diventato presidente, cancellato ogni riferimento ai cambiamenti climatici dal sito web della Casa Bianca»

[21 gennaio 2017]
1
Pochi minuti dopo che Donald Trump aveva prestato giuramento come 45esimo presidente 45 degli Stati Uniti d’America,  dal  sito internet della Casa Bianca ha  sono state oscurate tutte le pagine che illustravano i piani dell’ex presidente Barack Obama per combattere il cambiamento climatico.
Il sito web della Casa Bianca  ha ora invece una pagina  “An American First Energy Plan” che dettaglia la posizione della nuova amministrazione Trump su energia e (inesistente) politica climatica. Il piano è praticamente la copia delle promesse/minacce  fatte da Trump durante la campagna elettorale:  estrazione di combustibili fossili senza limiti,  in particolare nelle terre federali, annullamento delle politiche climatiche Obama,  come il Climate Action Plan e il  Waters of the United States rule, e investimenti nelle “tecnologie del carbone pulito”.
Durissimo il commento di Michael Brun, direttore  esecutivo di  Sierra Club, la più grande e diffusa associazione ambientalista Usa,  «Pochi minuti dopo che aveva, qualsiasi illusione che Trump avrebbe agito nel migliore interesse delle famiglie in questo Paese come presidente è stata  spazzata  via da una dichiarazione di priorità che costituisce un errore storico su una delle crisi principali che affliggono il nostro pianeta e un assalto . sulla salute pubblica.  Quello  che Trump ha pubblicato non è certo un piano:  è una lista dei desideri degli inquinatori che renderà la nostra aria e la nostra acqua più sporche, il nostro clima e le nostre relazioni internazionali più instabili e i nostri bambini più malati.........Continua a leggere su Greenreport

Tratto da greenreport

La lettera delle associazioni ambientaliste italiane al nuovo presidente degli Stati Uniti d’America

[20 gennaio 2017]
Trump insediamento
Le maggiori associazioni ambientaliste italiane hanno aderito alla Campagna “Surprise us, President Trump!”, in occasione della investitura del nuovo Presidente statunitense.
La Campagna – promossa da Oliviero Sorbini, Vincenzo Ferrara, Grazia Francescato, Marco Gisotti, Marco Lion e Regina Susan Valletta–  «nasce dalla preoccupazione destata dalle dichiarazioni di Trump in campagna elettorale sulle questioni ambientali, che se dovessero avere un seguito, porterebbero indietro di decenni la comunità internazionale rispetto alla lotta ai cambiamenti climatici», spiegano gli organizzatori.
Oggi alle 11 i presidenti delle Associazioni e molti noti ambientalisti, ........Una delegazione, quindi, si recherà all’Ambasciata Usaper consegnare la “prima” copia della lettera “Surprise Us President Trump!”, firmata dai Presidenti delle Associazioni, a cui poi seguiranno tutte quelle che i cittadini da oggi potranno sottoscriverla sul sito internet  Surprise Us, President Trump!
Ecco il testo della lettera:
Le scrivo nella Sua veste di nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America,
il Paese più potente nel mondo, le cui scelte di governo incidono sulla vita di tutti noi.
Nel suo programma elettorale Lei ha posto, comprensibilmente, gli interessi dei cittadini americani come primo obiettivo del suo mandato.
Ora che inizia la Sua presidenza, le vogliamo ricordare che i cittadini americani, prima di tutto, sono bambini, donne e uomini la cui salute e benessere dipendono in primo luogo dallo stato del nostro Pianeta.
La comunità scientifica di tutto il mondo è d’accordo sul fatto che, se non si prenderanno gli adeguati provvedimenti, la vita di milioni di persone sarà a rischio, e questo non nel prossimo millennio ma fra poche decadi.
Per questo Le chiediamo il massimo impegno della Sua Amministrazione nei prossimi anni perché incoraggi l’uso delle energie rinnovabili, perché persegua l’obiettivo di contenere i gas nocivi nell’atmosfera, perché si impegni nello sviluppo delle azioni internazionali per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici. E ci auguriamo che tutto ciò possa essere fatto, sotto la Sua Presidenza, ancora in maniera più efficace che in passato.
Il futuro dei Suoi figli e nipoti e quello dell’intera umanità, dipende dalle scelte in campo ambientale che gli Stati Uniti e gli altri paesi industrializzati faranno nei prossimi anni.
Muri e frontiere non possono bloccare la pioggia, l’aria e la luce del sole. E noi tutti li condividiamo.
Le Sue dichiarazioni durante la campagna elettorale sul cambiamento climatico ed il futuro energetico ci hanno portato a scriverle. Per questo, con gli auguri di un mandato di successo, per ciò che riguarda l’ambiente globale, le chiediamo: per favore,
Ci Sorprenda, Presidente Trump!
Accademia Kronos– Lipu – Legambiente – Wwf Italia – Earthday Italia – Fondazione Univerde/Obiettivo Terra – Focsiv – Fipsas – Anpana – Gruppo Intervento Giuridico – Rangers Italia – Climalteranti – Marevivo – Italian Climate Network – Climazione – Giornalisti nell’Erba – Fima (Federazione italiana media ambientali) – Greenaccord – Kyoto Club – Isde Italia – Legambiente Terracina – Konrad – Fare Verde – Vivere Da Sportivi – Pentapolis – PEFC – Trio onlus, ambiente e salute – Giga – Press Play.                            Qui l'articolo integrale

19 gennaio 2017

Eastonline :Le prospettive incerte dell’industria del carbone americana

Tratto da Eastonline

Nel corso dell’ultimo decennio l’industria del carbone americana è entrata in una profonda crisi. A cavallo tra il 2006 e il 2015 la produzione di carbone negli USA è passata da 1170 milioni di tonnellate a 900 milioni, con una perdita di posti di lavoro pari a oltre il 20% degli addetti al comparto (oltre 20.000 unità), la potenza installata a carbone è passata da 313 a 279 GW e la produzione di energia elettrica da carbone è crollata da 2 milioni a 1,3 milioni di GWh annui.


Nonostante il Presidente eletto Donald Trump abbia puntato il dito contro l’Environmental Protection Agency (EPA) e il nuovo regolamento sulle emissioni, è improbabile che la sola revisione della normativa ambientale possa rivitalizzare il settore.  Le radici della crisi, infatti, sono profonde e ramificate.

Una crisi complessa

Lo straordinario aumento della produzione di gas, connesso alla Shale Revolution e allo sviluppo delle riserve convenzionali, non solo ha ridotto il differenziale tra le quotazioni del carbone grezzo e del gas naturale a poco meno del 20% (il dato fa riferimento al prezzo pagato dagli operatori del settore elettrico alla consegna ), ma ha anche stimolato imponenti investimenti nella power grid e nel segmento della trasformazione che hanno prodotto una rapida espansione della rete di trasmissione del gas, una contrazione dei costi della logistica e un notevole aumento dell’efficienza energetica degli impianti gas-fired.
Il progressivo abbattimento del costo di produzione dell’energia da fonti rinnovabili, in particolare eolico e solare termodinamico, e le istanze di efficientamento di cui è stata fatta oggetto la power grid nazionale hanno inferto un ulteriore colpo alla competitività delle centrali coal-fired, concepite per sostenere il carico di base della rete elettrica e quindi caratterizzate generalmente da grandi dimensioni e scarsa dinamicità produttiva.
La normativa EPA di conseguenza ha solo accelerato la fine di impianti che già attraversavano gravi difficoltà sotto il profilo finanziario e industriale e che, in molti casi, dopo un onorato servizio di 40/60 anni, avrebbero comunque cessato l’attività nel giro di pochi anni o di un decennio.
D’altronde alle condizioni attuali le prospettive di medio/lungo periodo per il settore sono sconfortanti e i principali operatori del mercato elettrico americano stanno dirottando oramai da anni gli investimenti sul gas e sulle fonti rinnovabili.
Se la nuova amministrazione vorrà garantire un futuro di lungo periodo all’industria del carbone americana non sarà sufficiente la deregulation promessa dal Presidente eletto, ma sarà necessario un approccio molto più ampio e articolato.....

Efficienza energetica e controllo delle emissioni
Generalmente, la scarsa efficienza energetica e l’elevato impatto ambientale sono considerati i due principali limiti delle centrali coal-fired.
L’efficienza media delle centrali a carbone americane è di oltre il 30% inferiore a quella delle centrali gas-fired, mentre le emissioni, soprattutto di anidride solforosa e particolato, sono drammaticamente superiori.........

I costi e l’orizzonte temporale

Date le dimensioni medie degli impianti, legate a economie di scala e di rete, e le caratteristiche della materia prima, decisamente più impura del gas naturale, i costi di avviamento e di O&M delle centrali coal-fired sono decisamente superiori a quelli delle centrali gas-fired.
Mediamente, a seconda delle dimensioni e dello schema costruttivo, una centrale a carbone ha costi di avviamento e di gestione, a parità di potenza, pari al 50/120% in più di una centrale a gas, paragonabili a quelli delle centrali solari termodinamiche o a quelli delle stazioni eoliche offshore.
Proprio per questa ragione, per assicurare un futuro all’industria del carbone americana è necessario garantire un orizzonte temporale di lungo periodo agli investimenti nel settore.
Dopo aver goduto per secoli di un differenziale di prezzo estremamente vantaggioso rispetto ai principali competitors, l’industria del carbone americana si trova all’improvviso a fronteggiare il ritardo strutturale, infrastrutturale, industriale e tecnologico accumulato nel corso del lungo predominio fondato sulla convenienza naturale della materia prima.
Se l’amministrazione Trump vuole assicurare delle prospettive di medio/lungo termine al segmento minerario e a quello della trasformazione deve mettere in campo politiche speculari a quelle messe in campo dall’amministrazione Obama sul fronte delle fonti rinnovabili: detrazioni fiscali, incentivi, interventi strutturali sulla normativa e sulla power grid. Sostanzialmente, deve garantire il sostegno pubblico al settore che assicuri agli operatori un orizzonte temporale di 40/60 anni.
Ma intraprendere una simile battaglia per meno di 100.000 posti di lavoro e per un segmento industriale che, anche per effetto dell’eredità culturale dei due mandati Obama, riscuote sempre meno simpatia nell’opinione pubblica, potrebbe comportare un costo politico rilevante.
E, nonostante la Longview preveda di cessare le attività del suo impianto di Maidsville per il 2060/2070, al momento, ben pochi altri operatori pagherebbero oltre 2 miliardi di dollari una simile scommessa.Qui l'articolo integrale 

18 gennaio 2017

Il fermo nucleare francese porta male all’Italia. A Genova torna il carbone.....

Tratto da Il Fatto Quotidiano 

Il fermo nucleare francese porta male all’Italia. E a Genova torna il carbone

Risultati immagini per centrale a carbone di genova
 Il 22 novembre scorso, il direttore della Autoritè de suretè nucleaire francese (Asn) Pierre-Franck Chevet, in seguito alla scoperta di una crepa nella copertura del reattore sperimentale Epr (reattore ad acqua pressurizzata) in costruzione a Flamanville, comune situato nel dipartimento della Manica nella regione della Bassa Normandia, ha deciso di riconsiderare l’intera “catena di controllo” per rendere l’atomo più sicuro e di chiudere, per un certo tempo, 20 dei 58 reattori nucleari presenti sul territorio francese. Il problema riscontrato riguarda un eccesso di carbonio nella copertura in acciaio speciale nell’impianto in costruzione (dal 2005!) e si accompagna ad altri riscontri di insufficiente affidabilità in alcune centrali in attività.
La Francia, che è il più grande Paese esportatore netto al mondo di energia elettrica e vende principalmente in Italia, Gran Bretagna, Svizzera, Belgio e Spagna, produce per il 75% con l’atomo, con una disponibilità di potenza di 63.200 MW, ma si è trovata costretta a ridurre pesantemente gli obbiettivi di generazione – dal 1998 previsti sopra ai 400 TWh – in seguito alle ispezioni e ai fermi in atto. Data la mancanza di flessibilità del sistema elettrico francese, le interruzioni di massa drenano potenza da tutta Europa oltre a mettere in discussione il “prestigio” del nucleare transalpino nel mondo.


La produzione è in costante calo da maggio, secondo la Reuters, per due ragioni:

1) EDF possiede la maggior parte dei reattori di Francia, ma l’azienda ha gravi problemi finanziari e molti dei suoi progetti hanno un rating inferiore all’investment grade. Con più di 40 miliardi di dollari di debito le azioni di EDF, di cui il governo francese detiene l’85%, sono crollate del 55% nel corso dell’anno passato.
2) Una legge approvata dal governo francese lo scorso novembre allo scopo di sostenere l’energia solare, richiede di ridurre la quota di produzione di energia nucleare a solo il 50 per cento entro il 2025.
In un Sistema interconnesso come quello europeo, l’aumento del prezzo del MWh nucleare fa arretrare l’importazione dalla Francia per i paesi confinanti mentre richiede che quest’ultima sfrutti impianti sottoutilizzati in territorio estero per supplire il calo di produzione. Ciò vale in primis per la Germania che ha diversificato le sue fonti di alimentazione e accresciuto la sua capacità da fonti rinnovabili lasciando sottoutilizzata in parte la sua flotta convenzionale (i prezzi tedeschi sono stati di 33,65 € / MWh contro i 45,60 € / MWh dell’atomo dei vicini).
L’Italia intanto ha aumentato le sue esportazioni del 198% e ridotto le importazioni nette (-62%) dando fiato a quelle voci che al ministero dello Sviluppo vorrebbero la ripresa della produzione da fonti fossili, pur sapendo che la buona diffusione delle rinnovabili (ora contrastata) fa la differenza tra le varie zone del Paese (l’Italia settentrionale è quella che sta soffrendo di più per l’attuale situazione).
E qui si inserisce il colpo a effetto dell’italiano ministero dello Sviluppo economico: riaprire la centrale a carbone di Genova. Era stata spenta questa estate, dopo aver esaurito le 2.200 ore di produzione autorizzate per il 2016. Per quest’anno era in programma la dismissione programmata dall’Enel, con una chiusura anticipata nonostante sulla carta avesse ancora 2.000 ore previste. Ma la colpa è dei Francesi… Il pericolo di carenze energetiche risveglia dunque appetiti che sembravano sopiti. “Una decisione gravissima – dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia – che usa scuse rese risibili dalla enorme sovracapacità italiana: siamo in grado di produrre quasi 117 GW di energia elettrica a fronte del massimo picco di domanda interna di 60,5 GW.
La risposta del Gestore dei mercati elettrici (GME) è stupefacente: “La produzione termoelettrica a carbone, la cui quota attualmente è limitata dalla forte competizione con le rinnovabili soprattutto nelle ore vuote, potrebbe tornare a un funzionamento baseload nel medio periodo. Questa possibilità si conferma nell’ipotesi che i mercati delle commodities mantengano lontano lo switching nel merit order fra impianti a carbone e cicli combinati a gas”.
L’uso ormai smodato dell’inglese significa che tra carbone e rinnovabili si torna al punto di prima, con buona pace per la vista sul porto da Sampierdarena, per chi vuole continuare a trivellare in mare, per A2A che brucia lignite in Montenegro, per le nostre bollette in aumento e per l’accordo per la riduzione di emissioni di anidride carbonica COP21, che recentemente è andato in vigore anche con l’approvazione di governo e parlamento italiani.

17 gennaio 2017

Cina blocca 85 nuove centrali a carbone

Tratto da Ansa

Energia: Cina blocca 85 nuove centrali a carbone

Il Paese investirà 340 miliardi di euro in fonti rinnovabili

 © ANSA

 ROMA, 17 GEN - La National Energy Administration, l'agenzia cinese per l'energia, ha annunciato il blocco di 85 nuove centrali a carbone, pianificate o in fase di costruzione.

Nel complesso, riporta Greenpeace, le centrali elettriche avrebbero avuto una capacità di 100 gigawatt.

Secondo quanto scrive la media company cinese Caixin sul proprio sito web, gli impianti a carbone fermati dall'agenzia energetica sarebbero 101, per investimenti pari a 430 miliardi di yuan (58,6 miliardi di euro).

Agli inizi di questo mese la National Energy Administration ha annunciato risorse per 2.500 miliardi di yuan, pari a 340 miliardi di euro, in energie rinnovabili, nel quinquennio 2016-2020. Gli investimenti dovrebbero creare 13 milioni di nuovi posti di lavoro e consentire alla Cina di chiudere il 2020 con la metà della nuova generazione elettrica da fonti verdi.(ANSA).

13 gennaio 2017

Wind energy Olanda: dal 1 gennaio 2017 tutti i treni sono a vento.

Tratto da dorsogna.blogspot.it

Olanda: dal 1 gennaio 2017 tutti i treni sono a vento







Tutti.

La svolta inizio' nel 2015 quando la compagnia energetica Eneco si aggiudico' il bando per collaborare con le NS, il sistema ferroviario d'Olanda, per elettrizzare il trasporto su rotaia.

Il target era di arrivare al 100% rinnovabile entro il 2018. Ma le cose andarono meglio del previsto e ci siamo arrivati un anno prima di quanto previsto, grazie al boom dell'energia eolica nel paese.

Una turbina media, spinta da venti medi per un ora, puo' alimentare il trasporto su treno per 120 miglia, circa 190 chilometri. La collaborazione fra NS ed Eneco non e' finita perche' vogliono migliorare ancora l'efficenza ed arrivare a un calo del costo energetico per passeggero del 35% entro al 2020, se paragonato con il 2005.

Le NS trasportano circa 600mila passeggeri al giorno su circa 5500 viaggi quotidiani, il consumo e' di 1.2 miliardi di KW-ore l'anno. L'equivalente del consumo di elettricita' in tutte le case della citta' di Amsterdam: un grande passo in avanti.

Quanta energia eolica si produce in Olanda? Circa 7.4 miliardi di KW-ore l'anno. Al paese ne necessitano 12.5 miliardi di KW-ore l'anno. Oltre alla produzione domestica c'e' dunque anche energia eolica che arriva dall'estero, importata dal Belgio e dalla Finlandia. 

Un altro passo in avanti. E in Italia? Sarebbe davvero difficile *provarci*?, volerlo, tentare, averne voglia? 

E mentre che tutti vanno tutti via con il vento, noi siamo qui, indietro a guardare e a trivellare.

Qui un approfondimento su come ci si e' arrivati a questo 100% di treni green.

Il 2016 l'anno più caldo da metà del 1800

Tratto da Il Cambiamento

Il 2016 l'anno più caldo da metà del 1800


Nel 2016 le temperature globali misurate sono state di circa 

1,2° C più elevate rispetto ai livelli pre-industriali; lo affermano

 gli esperti dell'Organizzazione Mondiale della Meteorologia.

Il 2016 l'anno più caldo da metà del 1800
Il 2016 probabilmente sarà stato l'anno più caldo mai registrato da
metà del 1800, secondo i dati relativi ai primi undici mesi dell'anno dell'Organizzazione Mondiale della Meteorologia (WMO);
le temperature medie globali superano anche i record del 2015.


Nel 2016 le temperature globali sono di circa 1,2° C più elevate
rispetto ai livelli pre-industriali. Peraltro, tutti gli anni più caldi mai
registrati sono stati in questo secolo.
Il Segretario generale della WMO ha commentato che "Gli studi
scientifici stanno sempre più dimostrando il legame tra gli eventi
meteorologici estremi - in particolare il calore - ed il cambiamento
climatico indotto dall'uomo con i gas serra. Questo aumenta la
necessità di investire per assicurare migliori previsioni del tempo in
grado di prevedere gli impatti di tali eventi e sistemi di allarme
rapido per salvare vite umane e sostenere l'adattamento ai cambiamenti climatici, ora e nei prossimi decenni a venire".


12 gennaio 2017

Allarme inquinamento. Che futuro avranno i nostri figli?I bambini di oggi potranno vivere meno della generazione precedente".

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Allarme inquinamento. Che futuro avranno i nostri figli?

Risultati immagini per inquinamento. bambini
Nel 2005Margaret Chan, direttore generale dell’Oms, scriveva: “Sei morti su 10 (60%) ogni giorno sono causate da malattie non trasmissibili spesso legate alle abitudini di vita e sono la ragione per la quale i bambini di oggi potranno vivere meno della generazione precedente”.
Nel 2006, la Harvard School of Public Health ha lanciato un appello intitolato: Una pandemia silente: le sostanze chimiche industriali stanno danneggiando lo sviluppo cerebrale dei bambini di tutto il mondo”.
Nel 2009, l’Oms ci ha avvertiti che:
nell’adulto, l’80% delle patologie è influenzato dai fattori di rischio ambientale, mentre il 25% delle morti e il 25% del carico di malattia può essere attribuito all’ambiente;
– nel bambino ben il 35-40% del carico di malattia è influenzato dal rischio ambientale.
Ovviamente, sono moltissimi gli studi di tossicologia e di farmacologia pubblicati in questi ultimi anni che testimoniano la gravità della situazione ambientale, specie tra i bambini. Tra gli ultimi, ricordo uno studio portato al Congresso Internazionale dell’European Respiratory Society del settembre 2016 che ha correlato l’assunzione di antibiotici nei primi due anni di vita con un aumento del rischio di sviluppare allergie da più grandi: l’associazione era più marcata in quei soggetti che da bambini avevano assunto due cicli di antibiotici invece che uno.


Infatti, è noto che nei bambini, specie i più piccoli, i farmaci o gli inquinanti immunointerferenti alterano il sistema immunitario già molto immaturo e possono lasciare uno squilibrio cronico della bilancia immunitaria Th1/Th2 con conseguenti patologie allergiche, autoimmunitarie e anche oncologiche.
La conferma è giunta lo scorso settembre 2016 da un articolo intitolato La vita moderna sta uccidendo i bambini con un aumento del cancro pediatrico del 40% negli ultimi 16 anni. La causa viene attribuita a inquinamento atmosferico, pesticidi, diete povere e radiazioni elettromagnetiche. L’aumento del cancro è risultato più evidente per età di 15-24 anni, con un tasso di incidenza aumentato del 60%. In conclusione, in Gran Bretagna più di 4.000 all’anno bambini ricevono la diagnosi di cancro, al punto che questa patologia è la principale causa di morte da 1 a 14 anni, “una patologia che potrebbe essere completamente ridimensionata con il cambiamento dello stile di vita”, commentano gli autori dell’articolo. Infatti, viviamo in un ambiente molto patogeno: inquinamento elevato di aria, acqua e cibo, alimentazione squilibrata e povera di sostanze nutrizionalmente essenziali, eccessivo uso di farmaci, ecc.
Questa situazione minaccia tutti, ma in particolare i bambini, perché l’adulto ha iniziato ad essere squilibrato quando era già strutturato, mentre un bambino viene squilibrato prima ancora di nascere. Prima di causare un cancro, però, l’inquinamento causa un profondo squilibrio immunitario e una conseguente infiammazione tessutale cronica… da cui hanno inizio ‘tutte’ le patologie!
Ed ecco alcuni dati Usa scioccanti:
– 1 bambino su 6 ha disturbi di apprendimento (1);
– 1 su 9 è asmatico (2);
– 1 su 10 è affetto da Adhd (3);
– 1 su 12 soffre di depressione (4);
– 1 su 45 è autistico (5);
– 1 su 400 diventerà diabetico (6);
– e altri milioni di bambini lottano con altri tipi di disturbi immunitari, autoimmunitari, metabolici e neuropsichiatrici (7) caratterizzati da processi infiammatori cronici sia del cervello sia di altri tessuti corporei (8).
Infatti, nell’aprile 2016 il nostro Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane (9), analizzando i dati dal 2002 al 2015, ha denunciato che nel 2014 è iniziata per la prima volta una riduzione della speranza di vita alla nascita.
Pertanto, nell’attesa che qualcosa cambi a livello sociale, credo che ognuno di noi debba fare qualcosa subito, sia per migliorare la sua condizione personale, sia per contribuire a modificare la situazione sociale, perché, se vogliamo aiutare concretamente i nostri figli dobbiamo iniziare a cambiare noi stessi, dato che la salute degli uomini futuri inizia prima del loro concepimento, si plasma durante la gravidanza e si perfeziona durante la prima infanzia, ma poi è legata all’esempio che i genitori daranno e alle condizioni dell’ambiente in cui vivranno.
L’igiene di vita che alla lunga sembra essere più incisiva è relativamente semplice da attuare ed è anche quella che più riduce il rischio di obesità e di patologia in generale:
– un’alimentazione moderata, equilibrata nei suoi nutrienti, prevalentemente vegetale e non troppo industrializzata;
– un adeguato introito giornaliero di acqua (1,5-2 litri nell’adulto);
– un po’ di attività fisica, quasi quotidiana (almeno 30 minuti);
– un sonno ristoratore (minimo 7 ore al giorno);
– la maggior distanza possibile dai campi elettromagnetici;
– la minor assunzione possibile di farmaci;
– uno spazio quotidiano o settimanale per uno svago piacevole e rilassante, possibilmente lontano da ambienti inquinati;
– un animo sereno, mite e ragionevolmente ottimistico, capace di affrontare gli inevitabili problemi della vita non come ulteriore fonte di stress, ma come un’occasione di crescita personale.
Sull’importanza dell’igiene di vita come potente medicina preventiva, un recente studio (10) ha lanciato un invito: “In Gran Bretagna l’obesità è responsabile di oltre 18.000 casi di tumori all’anno e, dopo il fumo, è la seconda causa di cancro prevenibile… Agire sulla prevenzione, promuovendo stili di vita corretti, deve essere un imperativo per medici e operatori sanitari”.
Per il 2017 mi impegnerò ancora di più a diffondere tale messaggio e il mio augurio è che sempre più persone facciano lo stesso.