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19 novembre 2017

A giudizio cinque dirigenti Eni per inquinamento ambientale e gestione illecita di rifiuti

Tratto da Il Corriere di Gela

A giudizio dirigenti Eni per inquinamento ambientale e gestione illecita di rifiuti

Risultati immagini per rinvio a giudizio
Per cinque dirigenti della Rafineria Eni di Gela arriva la richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura della Repubblica.
In una nota dei giorni scorsi del Capo dell’Ufficio inquirente del Tribunale di Gela, dott. Fernando Asaro(nella foto), che li ha incriminati per “inquinamento ambientale e gestione illecita di rifiuti”, si dà notizia della conclusione delle indagini preliminari anche a carico della stessa Raffineria “quale ente responsabile di illeciti amministrativi dipendenti da reato”. Si tratterebbe di “gestione illecita di rifiuti”, abbandonati nei fondali marini a largo di Gela.

Il comunicato della Procura 
A seguito della conclusione delle indagini preliminari, la Procura della Repubblica di Gela ha chiesto il rinvio a giudizio per 5 dirigenti della società Raffineria di Gela Spa nonché della stessa Raffineria di Gela Spa quale responsabile di illeciti amministrativi dipendenti da reato.
Dall’esito delle indagini sono emerse diverse ipotesi di reato, derivanti dalla violazione di norme del testo Unico Ambientale e del Codice penale relative ad inquinamento ambientale e gestione illecita di rifiuti all’interno della Raffineria di Gela spa.

In particolare la Procura di Gela ha contestato agli indagati il nuovo reato di inquinamento ambientale art. 452 bis codice penale, introdotto dalla nuova legge sugli ecoreati  n. 68/2015,  entrata in vigore dal 29/5/2015 Continua qui

18 novembre 2017

La mappa dell'inquinamento europeo va in Rete, ma l'Italia non c'è.....

La mappa dell'inquinamento europeo va in Rete, ma l'Italia non c'è
La mappa dell'inquinamento europeo va in Rete, ma l'Italia non c'è
Sviluppata dall'agenzia per l'ambiente, è interattiva e riporta i dati sulla qualità dell'aria in tempo reale. Ma l'Italia non c'è

GLI inquinanti dell'aria sono infidi e di solito invisibili, ma ora possono essere visualizzati in tempo reale su una mappa europea. L'ha messa a punto l'Agenzia per l'Ambiente (AEA), che l'ha presentata in occasione del "Clean Air Forum" della Commissione europea che si è aperto ieri a Parigi. 
 
La mappa "Air Quality Index" raccoglie i dati di oltre 2mila centraline, ogni tre ore si aggiorna e misura i diversi inquinanti che danneggiano salute e ambiente: le micropolveri PM10 e PM2.5, Ozono, diossido di zolfo (SO2) e diossido di azoto (NO2). Che vengono tradotti in pallini colorati dal verde al rosso, rilevando il valore peggiore per ogni inquinante, in un sistema interattivo che permette ai cittadini di zoomare e conoscere la situazione anche nei dintorni di casa propria.
 
Grande assente, ed è una mancanza che salta agli occhi, l'Italia, costellata di pallini grigi, ovvero spenti: le nostre centraline ancora non risultano, come quelle di Romania, Bulgaria e Grecia
Interpellato, il nostro Istituto per la protezione ambientale, Ispra, ha spiegato che "L'Italia possiede questi dati, ma è in ritardo nella realizzazione di un sistema unico di trasmissione all'Europa". La buona notizia è che "è però in fase di ultimazione proprio in questi mesi la piattaforma InfoARIA, un nuovo sistema informativo nazionale per la gestione dei dati e delle informazioni sulla qualità dell'aria che sarà attivo nei primi mesi del 2018". 
 
Fino ad allora i cittadini italiani potranno continuare a visualizzare i dati sulla qualità dell'aria nei rispettivi siti regionali dell'Arpa, cosà però difficile da chiedere ai cittadini europei. Che via social stanno già chiedendo all'AEA il perché della nostra assenza in una mappa che mostra chiaramente gli alti livelli di inquinamento in Polonia, e in parte della Germania, ma resta silente su un'area già nota come critica, la Pianura Padana, e su ciò che la circonda.
 
I dati italiani, anche se non visibili in tempo reale nella mappa, sono comunque raccolti e trasmessi periodicamente dall'Ispra all'Agenzia europea, che li elabora e pubblica nel suo report annuale. L'ultimo è uscito a ottobre e ha quantificato in oltre 400mila le morti premature dovute all'inquinamento in Europa

17 novembre 2017

Isde - Inquinamento dell’aria e danni alla salute: evitiamo di sottovalutare il problema

Tratto da Isde

Inquinamento dell’aria e danni alla salute: evitiamo di sottovalutare il problema

La Sezione ISDE di Torino, anche in relazione all’articolo comparso su La Stampa – Salute il 19/10/2017, ritiene, sulla base delle più aggiornate conoscenze scientifiche, che respirare aria contenente elevate concentrazioni di polveri sottili, come succede da tempo agli abitanti della Pianura Padana, sia sicuramente fonte di patologie acute e croniche. Il raffronto tra i danni causati dal vizio del fumo e i rischi conseguenti ad una esposizione forzosa ad aria inquinata è improprio e fuorviante perché nel primo caso si tratta di una scelta individuale che ricade su chi la compie, nel secondo caso,  viceversa,  i  rischi ricadono sull’insieme della collettività, compreso le sue frange più suscettibili quali bambini, donne in gravidanza, anziani.
Un simile approccio è, a nostro avviso, molto pericoloso, perché può influenzare negativamente sia le scelte cautelative individuali che, soprattutto, quelle dei decisori politici volte a migliorare la qualità dell’aria, scelte  che appaiono sempre più necessarie ed urgenti, visto che,  come emerge anche dal rapporto “Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease”,  pubblicato nel 2016,  la Pianura Padana è  una delle zone più inquinate d’Europa.
È ormai ampiamente documentato che  a breve termine (qualche giorno) per ogni incremento di 10 mg/mdi PM10 si hanno eccessi di mortalità per cause respiratorie e per cause cardio-polmonari ed eccessi di ricoveri per cause cardiache e respiratorie. Secondo quanto emerso da recenti studi non sembra trattarsi di un’anticipazione di eventi che sarebbero comunque accaduti,  ma di un effetto netto di mortalità che sarebbe stata evitata se i livelli dell’inquinante fossero stati inferiori. Ancora più consistenti i rischi per la salute conseguenti all’esposizione a particolato fine dato che, per ogni incremento di 10 µg/m3 di PM 2.5 –si registra a  lungo termine un incremento del rischio di morte del 6% per ogni causa, del 12% per malattie cardiovascolari e del 14% per cancro del polmone .
Nel 2013 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato l’inquinamento atmosferico (outdoor air pollution) come cancerogeno per polmone e vescica, ricordando che l’esposizione a polveri sottili (PM 2,5) ha causato nel mondo 3,2 milioni di morti premature nell’anno 2010(prevalentemente per patologie cardiovascolari) e circa 223.000 morti per tumore del polmone.
Nell’ultimo Report “ Air quality in Europe” 2017 si stima che in 41 paesi europei si siano registrate  per soli 3 inquinanti (PM2,5, NO2, O3) ben 520.400 decessi prematuri nel 2014 e che, solo in Italia, essi ammontino ad oltre 90.000.
E’ inoltre documentato da tutti gli studi svolti a livello nazionale e internazionale che la cattiva qualità dell’aria si associa  anche ad aumentato rischio di mortalità infantile, abortività spontanea, nascite pre-termine, aumento dei disturbi dello spettro autistico, diabete, Alzheimer, broncopneumopatie e asma, solo per citare  le patologie di maggior rilievo.
È parimenti necessario far rilevare come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la European Respiratory Society, raccomandino limiti più restrittivi sia per il PM10 che per il PM2,5, considerando non cautelativi per la salute pubblica quelli attualmente previsti dalla normativa.
Solo una maggior consapevolezza delle conseguenze che un ambiente inquinato ha  sulla salute di tutti noi, unita alla ricerca e al riconoscimento delle molteplici fonti emissive, può far sì, tramite la lungimiranza dei decisori politici, che siano messe in atto delle misure strutturali efficaci (con tempi medio-lunghi di attuazione).
Una riduzione dell’inquinamento atmosferico contribuirebbe, altresì ad arrestare i cambiamenti climatici in atto che, come è noto, a loro volta aggravano il problema del’inquinamento e sono ulteriore causa di danni incalcolabili alla salute umana.
Comunicato congiunto a cura di:
Sede nazionale ISDE Italia e Sezione provinciale ISDE di Torino.

Osservatore Romano :Alleanza globale per chiudere l’era del carbone

Tratto da L' Osservatore Romano

Alleanza globale
per chiudere l’era del carbone
Una pala eolica e una centrale a carbone nei pressi di  Gelsenkirchen  (Ap)
Una «alleanza globale per chiudere l’era
 del carbone» è nata a Bonn, dove è in
corso la ventitreesima Conferenza delle
 Nazioni Unite sui cambiamenti climatici 
(Cop23). «Oggi nasce il gruppo 
Powering past coal, con l’obiettivo di 
fermare la produzione di energia elettrica da carbone», ha detto
 il ministro britannico per il clima e l’industria, Claire Perry, 
parlando di «punto di svolta fondamentale nella lotta per il 
clima». «Ridurre l’uso di carbone è una priorità vitale per ogni 
paese — ha spiegato — in quanto il carbone è la fonte più 
inquinante per produrre energia».

L’alleanza per la messa al bando del carbone è formata da 
venticinque paesi e regioni, ed è guidata proprio dal Regno Unito,
 che sul carbone ha costruito la sua economia e che ha annunciato
 che metterà fuori legge su territorio nazionale le centrali entro il 
2025. Ai britannici si affiancano tra gli altri Canada, Francia, 
Messico, Finlandia, Nuova Zelanda e Italia. Gli obiettivi sono
 ambiziosi: si punta a includere altri cinquanta stati entro la prossima
 conferenza sul clima, la Cop24, che si terrà nella cittadina polacca 
di Katowice, a dicembre 2018. «Serve uno sforzo condiviso per il 
successo», spiega il ministro canadese dell’ambiente Christine 
McKenna. E per il 2020 la speranza è quella di avere l’adesione
 della maggioranza dei paesi. Per ora Cina e Stati Uniti sono fuori
 dal progetto. Gli inviati della Casa Bianca hanno organizzato un
 evento per promuovere King coal, il carbone come mezzo per 
sconfiggere la povertà, ma l’iniziativa è stata criticata unanimemente.

Attualmente le emissioni di carbone contribuiscono a circa il 40
per cento del totale della produzione dei gas serra. L’alleanza,
 dunque, decisa a Bonn potrebbe accelerare il raggiungimento degli
 obiettivi preposti dall’Accordo di Parigi, a dicembre 2015, al fine di 
contenere l’aumento medio delle temperature globali sotto 1,5 
gradi centigradi.

QualEnergia:Disinvestire dai fossili, le assicurazioni iniziano a direbasta al carbone

Tratto da Qualenergia 

Disinvestire dai fossili, le assicurazioni iniziano a dire basta al carbone

Le grandi società assicurative temono sempre di più i rischi associati alle attività delle industrie più inquinanti, al punto di allentare i legami finanziari con il settore fossile più “sporco”, quello del carbone.
Secondo un rapporto curato da varie associazioni ambientaliste, Insuring Coal no More (allegato in basso), una quindicina di compagnie, soprattutto europee, ha iniziato a disinvestire, in tutto o in parte, dalla fonte energetica che emette la quantità maggiore di CO2 nell’atmosfera (vedi anche QualEnergia.it).
La buona notizia è che ai pionieri del disinvestimento fossile - Axa è stata la prima società ad annunciare, nel 2015, la riduzione dei fondi destinati al carbone - si stanno aggiungendo altri nomi, ad esempio Zurich, che nei giorni scorsi ha dichiarato che le assicurazioni possono facilitare la transizione verso un futuro a basse emissioni di gas-serra.
In particolare, evidenzia una nota del settimo gruppo assicurativo mondiale, Zurich intende applicare i suoi valori di responsabilità sociale e ambientale (ESG,environmental, social and governance) al comparto minerario, smettendo di assicurare nuovi progetti per l’estrazione di carbone e di fornire servizi di risk management alle utility che producono oltre metà dell’energia con questa risorsa fossile.
Zurich, inoltre, venderà le quote delle aziende che derivano la maggior gia parte dei loro profitti dalle miniere di carbone, o dal suo utilizzo per la generazione elettrica.
La notizia meno buona è che il cammino del disinvestimento è ancora lunghissimo, perché la campagna Unfriend Coal stima che il mondo assicurativo, finora, sia “uscito” da azioni e obbligazioni fossili per un valore di circa 20 Ttopmmiliardi di $, che però rappresenta una piccola parte dei beni complessivamente gestiti, come riassume lo schema sotto.
Le compagnie assicurative americane, in particolare, sono molto esposte sul fronte fossile, con decine di loro che in media hanno il 12% di bond sottoscritti con l’industria del carbone, sul totale delle rispettive obbligazioni. I miliardi investiti nei settori economici maggiormente responsabili dell’inquinamento globale, in definitiva, sono ancora troppi, evidenzia lo studio.
Tra l’altro, secondo i dati di CoalSwarm, le emissioni di CO2 degli impianti a carbone esistenti e in costruzione, da sole, sforeranno ampiamente il carbon budget fissato dagli ultimi accordi internazionali sul clima per limitare a 1,5-2 gradi l’aumento delle temperature terrestri, come chiarisce il grafico sotto.
Il punto, si legge nel documento, è che il mondo assicurativo ha un ruolo di primo piano nel guidare l’evoluzione economica e industriale del nostro Pianeta. Senza lecoperture finanziarie garantite dai colossi bancari, infatti, sarebbe impossibile progettare e realizzare nuovi siti minerari e le centrali a carbone già operative andrebbero chiuse.
Così le associazioni della campagna Unfriend Coal, lo scorso giugno, hanno chiesto a 25 società di adottare una serie di provvedimenti entro i mesi successivi, volti sostanzialmente a rendere “non assicurabili” le attività e infrastrutture del carbone.
Le prime rilevazioni evidenziano che il carbon risk sta entrando nelle decisioni d’investimento dei principali assicuratori mondiali, sulla scia delle crescenti preoccupazioni per gli impatti negativi dei cambiamenti climatici su vari comparti industriali.
Ma non solo carbone, ma anche pozzi petroliferi, gasdotti, piattaforme offshore - che in pochi anni potrebbero diventare stranded asset (letteralmente: beni incagliati),non più remunerativi a causa delle restrizioni ambientali e della concorrenza delle tecnologie rinnovabili.

15 novembre 2017

C'e'una transizione energetica in atto: crolla il carbone, il futuro è delle rinnovabili.

Tratto da La Repubblica.it
C'e'una transizione energetica in atto, niente e nessuno la può fermare


MILANO - Le rinnovabili sono il futuro dell'energia, i cui costi diventeranno inferiori al gas naturale. Il carbone è destinato alla scomparsa per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi sul clima, La domanda di petrolio, nei prossimi anni è destinato a crescere, ma solo sulla spinta dei paesi emergenti, di cui soltanto l'India coprirà la metà delle nuova richiesta. E, per finire, la produzione di gas e petrolio estratto dalle rocce (shale&oil gas), invece di essere colpito dal calo dei prezzi, ha raggiunto il suo massimo.
Persino i "conservatori" dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (Iea) si sono dovuti arrendere. Da sempre considerata la Bibbia o il punto di riferimento per l'industria degli idrocarburi, il Rapporto annuale dell'Agenzia ha dovuto ammetterlo: c'è una transizione energetica in atto, niente e nessuno la può fermare. Un piano inclinato che porta verso un futuro elettrico, dove saranno predominante le energie verdi. Il rapporto è stato pubblicato ieri e traccia uno scenario di quanto accadrà dei prossimi 20 anni: ne emerge un quadro a dir poco rivoluzionario.

Domanda energia in calo. L'Agenzia affronta anche un tema caro ai sostenitori della decrescita "felice". La domanda di energia è in calo: o meglio, la domanda cresce molto più lentamente che nei decenni passati. Secondo l'Iea "si espanderà "soltanto" del 30 per cento da qui al 2040, con una crescita del 3,4% all'anno". In pratica - si legge nel Rapporto - è come se nei prossimi 23 anni si aggiungessero un'altra Cina e un'altra India.

O ancora: è come se ogni mese si aggiungessero i bisogni di una città grande come Shanghai. Sono numero ancora "notevoli", ma con un impatto inferiore all'ultimo decennio.

Frena il carbone. Nel decennio scorso sembrava inarrestabile: dall'anno 2000, la capacità delle centrali a carbone è salita di 900 megawatt all'anno. Ora la frenata: da qui al 2040, la crescita sarà solo di 400 megawatt e per la maggior parte di impianti già in costruzione. Prendiamo l'India: nel 2016 copriva i tre quarti del mix energetico, al 2040 scenderà alla metà. Con stime che ogni anno vengono riviste al ribasso.
Persino i "conservatori" dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (Iea) si sono dovuto arrendere. Da sempre considerata la Bibbia o il punto di riferimento per l'industria degli idrocarburi, il Rapporto annuale dell'Agenzia ha dovuto ammetterlo: c'è una transizione energetica in atto, niente e nessuno la può fermare. Un piano inclinato che porta verso un futuro elettrico, dove saranno predominante le energie verdi. Il rapporto è stato pubblicato ieri e traccia uno scenario di quanto accadrà dei prossimi 20 anni: ne emerge un quadro a dir poco rivoluzionario

Rinnovabili, il grande balzo. Lo scenario fino a un decennio fa dominato dagli idrocarburi, è completamente cambiato: Il Rapporto mette in evidenza il ruolo dell'efficienza energetica: senza i risultati ottenuti dall'innovazione tecnologica, avremmo bisogno del doppio dell'energia ora necessaria. Il gas naturale avrà il nuovo ruolo guida, ma la crescita maggiore l'avranno le rinnovabili: questo porta inevitabilmente le rinnovabili ad attrarre anche gli operatori finanziari. Alle rinnovabili andranno i due terzi di tutti i nuovi investimenti nel settore energiaal 2040.Entro questa data, le energie verdi arriveranno a coprire il 40% della domanda energetica globale, soprattutto grazie allo sviluppo dei fotovoltaico in Cina e India.
Anche l'Europa rimarrà uno dei leader del settore: "Le rinnovabili - spiega l'Agenzia - copriranno l'80% della capacità aggiuntiva e l'eolico diventerà la principale fonte di produzione subito dopo il 2030. La politica continuerà a sostenerne lo sviluppo, più che con incentivi in tariffa con il sistema dell'asta conmpetitiva. Il solare, invece, sarà "amplificato dagli investimenti nel solare da parte di proprietari di abitazioni, amministrazioni locali e comunità finanziaria".Continua a leggere  su La Repubblica.it

14 novembre 2017

Global Carbon Project- Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno

Tratto da Il Cambiamento

Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno

Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno
La stima è contenuta nel rapporto 2017 compilato dal Global Carbon Project, un'iniziativa che coinvolge 76 scienziati di 57 diverse istituzioni in tutto il mondo:entro la fine del 2017 ci si attende che le emissioni globali di anidride carbonica risultino in aumento del 2% rispetto allo scorso anno, con un margine di incertezza compreso tra lo 0,8 e il 3%. E questo dopo tre anni di sostanziale stallo, dal 2014 al 2016, nella crescita di anidride carbonica.

Le emissioni globali di CO2 derivanti dall'uso di combustibili fossili e dal loro impiego nelle attività industriali raggiungeranno i 37 miliardi di tonnellate nell’anno in corso. Se si aggiunge l'anidride carbonica derivante dalla combustione di porzioni di foresta pluviale, la CO2 emessa arriverà a 41 gigatonnellate entro fine anno.

La ricerca pubblicata sulle riviste Nature Climate Change e Environmental Research Letters, arriva nei giorni della Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (COP23), che si tiene a Bonn in Germania.

Per Corinne Le Quéré, climatologa dell'Università dell'East Anglia (Inghilterra) che ha guidato lo studio, il dato è «molto preoccupante», e con queste emissioni, «la finestra di tempo per provare a tenere il riscaldamento globale sotto i + 2°C dall'era pre-industriale si sta esaurendo, per non parlare dei +1,5 °C». Potremmo insomma esserci avviati sulla strada dei +3°C, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, che peraltro si possono già vedere.

Intanto emerge che i centri urbani del pianeta sono responsabili del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili: il dato viene reso noto nel Report elaborato dal Global Covenant of Mayors for Climate & Energy, studio dedicato a tutti i progetti smart city del mondo che consentiranno di ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra (greenhouse gas) e di altri inquinanti. Il documento è stato presentato durante i lavori della Cop23.

A livello ancora teorico, i promotori del documento hanno calcolato che se tutte le 7.500 amministrazioni cittadine aderenti al patto mondiale dei sindaci per il clima e l’energia, rappresentative di 680 milioni di abitanti, iniziassero a rendere operative le misure di decarbonizzazione fin qui stabilite, si avrebbe un taglio di 1,3 miliardi di emissioni di CO2 l’anno a partire dal 2030.

Ne deriva che i centri urbani del pianeta sono responsabili, appunto, del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili (principalmente petrolio e gas) nel settore energetico e dei trasporti.....Tratto da 
 Il Cambiamento

The Lancet:L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO FAVORISCE FRATTURE OSSEE E OSTEOPOROSI


Tratto da Greenme

L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO FAVORISCE FRATTURE OSSEE E OSTEOPOROSI



E’ ormai assodato che l’esposizione all'inquinamento atmosferico causi
 una serie di problemi di salute, soprattutto a livello respiratorio.
 Un nuovo studio ha però ora collegato lo smog ad un maggior rischio 
di soffrire di osteoporosi e fratture ossee.
La ricerca, condotta presso la Columbia University's Mailman School of Public
 Health, ha rivelato che l'esposizione al particolato ha anche un effetto
negativo sulle ossa che contribuisce ad indebolire.
I risultati ottenuti dai ricercatori, pubblicati sul The Lancet, sono i primi a docu
mentare come siano maggiori le fratture ossee in quelle comunità esposte 
ad elevati livelli di polveri sottili (PM2.5). Purtroppo si è visto anche che il
 rischio di ammalarsi di fratture ossee è più alto nelle comunità a basso reddito.
Per arrivare ad affermare questo i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 9
 milioni di persone (da 65 anni in su) che vivono in alcune zone degli Stati Uniti,
monitorate per un periodo di otto anni (da gennaio 2003 a dicembre 2010)
Le  analisi hanno determinato che coloro che vivevano in luoghi con 
concentrazioni più elevate di particolato nell'aria avevano il 4,1%
 in più di probabilità di essere ricoverati in ospedale per fratture ossee
 correlate all'osteoporosi. Tra i quartieri a basso reddito, il rischio aumentato
 è stato ancora più alto (7,6%).
Un ulteriore follow-up di otto anni relativo a 692 adulti di mezza età e a basso
 reddito ha scoperto che i partecipanti che vivono in aree con livelli più alti
di PM2.5 e particelle di carbonio (la fuliggine proveniente da motori a gas e diesel,
 centrali a carbone e altri fonti di combustibili fossili) avevano livelli inferiori 
di ormone paratiroideo (sostanza particolarmente importante per la salute
delle ossa), nonché una maggiore diminuzione della densità minerale ossea
rispetto a coloro che erano esposti a bassi livelli dei due inquinanti.
I ricercatori hanno osservato che le polveri sottili possono causare danni 
ossidativi sistemici e infiammazioni che potrebbero accelerare la perdita
 ossea e aumentare il rischio di fratture ossee negli individui anziani.
Così ha commentato Andrea Baccarelli, MD, Ph.D., presidente di Scienze
della Salute Ambientale alla Mailman School e autore principale dello studio:
"Decenni di approfondita ricerca hanno documentato i rischi per               la salute dell'inquinamento atmosferico, sulle malattie cardiovascolari     e respiratorie, il cancro e le funzioni cognitive compromesse e ora l'osteoporosi”.
Sugli effetti dannosi delle polveri sottili leggi anche:
Come suggeriscono gli esperti, il modo migliore per prevenire le malattie
 legate all’inquinamento atmosferico è attraverso politiche in grado di 
migliorare la qualità dell'aria. Naturalmente i risultati di questi studi vanno
 ampliati per valutare meglio l’impatto dei fattori ambientali sulla salute delle
ossa e la comparsa di osteoporosi.
Francesca Biagioli

13 novembre 2017

Cop23n: Sos clima, le emissioni di CO2 tornano a crescere

Tratto da http://tg24.sky.it

Sos clima, le emissioni di CO2 tornano a crescere

Studio presentato a Bonn, in Germania, dove è in corso la Cop23, la conferenza Onu sul clima. Gli scienziati lanciano l'allarme: gli obiettivi dell'accordo di Parigi sono a rischio
Oltre ad essere già candidato a essere un nuovo anno record per la temperatura terrestre, il 2017 segnerà anche un altro triste traguardo: il ritorno alla crescita delle emissioni globali di anidride carbonica (CO2) in atmosfera prodotte da attività industriali e combustibili fossili. È la prima volta dopo un triennio di emissioni stabili. Il trend viene evidenziato dal report "2017 Global Carbon Budget" pubblicato oggi sulle riviste Nature Climate Change, Environmental Research Letters ed Earth System Science Data Discussions e presentato a Bonn, in Germania, dove è in corso la Conferenza delle Nazioni unite sul clima, Cop23.
Ancora più CO2 in atmosfera
Il rapporto è frutto del lavoro di 76 scienziati di 57 istituti di ricerca di 15 Paesi ed è alla dodicesima edizione. Dopo tre anni di crescita praticamente nulla, per il 2017 indica un aumento atteso del 2% di emissioni globali di CO2 generate da combustibili fossili e industria per un totale di 37 miliardi di tonnellate. Tutte le emissioni generate da attività umane (quindi compresi i cambiamenti di uso di suolo) arriveranno a 41 miliardi di tonnellate. La concentrazione di questo gas serra in atmosfera ha raggiunto 403 parti per milione (ppm) nel 2016 e si stima che possa aumentare ancora di 2,5 ppm nel 2017.
La geografia delle emissioni
Secondo le analisi il principale imputato del ritorno alla crescita dell'anidride carbonica è la Cina, che rappresenta più di un quarto (28%) delle emissioni globali. Il Paese ha invertito la rotta rispetto al calo registrato negli ultimi tre anni e per il 2017 si stima che le sue emissioni crescano del 3,5%. L'utilizzo del carbone, la principale fonte di carburante in Cina, dovrebbe aumentare del 3% a causa di una crescita nella produzione industriale e di una minore generazione di energia da centrali idroelettriche a causa di piogge più scarse. E diversi fattori secondo gli esperti non fanno ben sperare nemmeno per il 2018. Quanto al resto del mondo, in India le emissioni sono salite del 6% nell'ultimo decennio ma nel 2017 dovrebbero rallentare. 
Le buone notizie
Il report indica anche che le emissioni di CO2 sono calate in presenza di economia in crescita nel decennio 2007-2016 in 22 Paesi che rappresentano il 20% delle emissioni globali. Tra questi ci sono gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, il Regno Unito, mentre non c'è l'Italia. Il calo atteso è dello 0,4% negli Usa e dello 0,2% in Ue. Le rinnovabili continuano ad aumentare: vento e sole crescono nel mondo al ritmo del 14% l'anno. E nonostante le manovre dell'amministrazione Trump, i ricercatori si dicono comunque "cautamente ottimisti" che gli Usa continuino nella transizione dal carbone alle energie pulite.
Campanello d'allarme
Il team di ricercatori precisa che è ancora troppo presto per capire se questo ritorno alla crescita atteso per il 2017 sia un evento sporadico o l'inizio di un nuovo pericoloso trend. Ad ogni modo per gli scienziati questi numeri sono un campanello d'allarme di cui i rappresentanti di 195 Paesi del mondo riuniti a Bonn per la Cop23 dovrebbero tener conto. Il ritorno alla crescita della CO2 immessa in atmosfera è "una delusione", afferma Corinne Le Quéré, direttrice del Tyndall Centre for Climate Change Research dell'ateneo britannico dell'East Anglia, e fra gli autori principali dello studio. Con queste nuove stime, aggiunge, si rischia di non fare in tempo "a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi, figurarsi entro il grado e mezzo". Insomma gli obiettivi dell'accordo di Parigi rischiano di allontanarsi sempre di più. Continua qui

12 novembre 2017

ISDE:On line il video sulle "10 GIORNATE ITALIANE MEDICHE DELL' AMBIENTE "

Tratto da ISDE

On line il video sulle "10 GIORNATE

 ITALIANE MEDICHE DELL' AMBIENTE " 


Grazie al supporto tecnico di GUNA, e'   disponibile sul canale YouTube dellAssociazione Medici per l’Ambienteil filmato sulle 10e GIORNATE ITALIANE MEDICHE DELL’AMBIENTE, organizzate da ISDE Italia il 29 e 30 Settembre, che hanno avuto come tema centrale: “Ambiente come determinante della salute materno-infantile”.
Ringraziando ancora GUNA per il prezioso contributo vi auguriamo buona visione!

Danni ambientali che provocano tossicità, malattie e morte:‘Chi inquina paga’ diventera' davvero realtà ?


Tratto da quicosenza.it
Danni ambientali che provocano tossicità, malattie e morte: da oggi “chi inquina paga” diventa realtà
 26 ottobre 2017
BRUXELLES – Approvata con 502 voti a favore, 74 contrari e 35 astenuti, la relazione per implementare e rafforzare l’efficacia della direttiva europea sulla responsabilità ambientale a firma di Laura Ferrara, eurodeputata del Movimento 5 Stelle e vicepresidente della commissione giuridica (JURI) del Parlamento Europeo, ha avuto, oggi, l’ok definito del Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo. Dopo aver incassato la maggioranza, tre settimane fa, nella commissione competente, con il voto di oggi il testo Ferrara sulla responsabilità ambientale basato sul concetto del ‘Chi inquina paga’ diventa definitivamente realtà. “Un ottimo risultato di cui beneficeranno tutti i cittadini europei – ha commentato a caldo Ferrara – perché ora si riuscirà ad agire per fare in modo che chi violenta l’ambiente, con le conseguenze tristemente note sulla salute umana, se ne assuma le responsabilità e ne risponda. La relazione nasce da un grande lavoro di studio e di ascolto di cittadini ed esperti  sull’attuazione della direttiva europea sulla responsabilità ambientale perché il mio e nostro scopo era quello di rendere più efficace la disciplina comune per la prevenzione e la riparazione del danno ambientale, così che abbia costi ragionevoli per la società e che si basi sul principio del ‘chi inquina paga’”.
Estensione della nozione di danno ambientale (ora circoscritto alle specie, agli habitat naturali protetti, alle acque e al terreno) anche all’inquinamento atmosferico; considerazione, all’interno del concetto di danno ambientale, dei nuovi e sempre maggiori fattori inquinanti causati da attività industriali e di come questi influiscono sull’organismo umano; obbligatorietà degli strumenti di garanzia finanziaria, come le assicurazioni a carico degli operatori; creazione di un Fondo europeo per la protezione dell’ambiente dai danni causati dall’attività industriale al fine di garantire la reale copertura dei costi di risanamento; istituzione di un registro per gli operatori che svolgono attività pericolose; sistema di monitoraggio finanziario per assicurare che gli operatori siano solvibili, così da evitare che, come spesso accade, gli inquinatori, una volta causato il disastro, dichiarino fallimento ed evitino di risarcire il danno causato. Questi i punti salienti del testo, ma non finisce qui. In base alla relazione approvata, infatti, la Commissione Europea è chiamata a incrementare e a migliorare il suo programma di formazione degli amministratori locali così da arrivare ad una omogeneità dell’applicazione delle regole comunitarie in tutta l’Unione, e vengono messi in cantiere sistemi di premialità come “sgravi fiscali o altre iniziative per le aziende che si impegnano con successo nella prevenzione dei danni ambientali. Così che tutti – ha concluso Ferrara – si sentano davvero responsabili dell’ambiente e coinvolti nella sua salvaguardia”.

11 novembre 2017

WWF: Ora per clima e salute devono seguire azioni immediate

Tratto da WWF

Ora per clima e salute devono seguire azioni immediate


La scelta del Governo di fissare “l’obiettivo politico” dell’uscita dell’Italia dal carbone nel 2025 con la nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN) rappresenta una prima vittoria per il clima e per la salute dei cittadini e corona anni di battaglie, proposte e richieste che il WWF ha ribadito anche nelle osservazioni presentate al documento in fase di consultazione.
Il fatto che finalmente un documento governativo ufficiale dichiari questo obiettivo, per quanto definendolo ambiguamente “obiettivo politico”, rappresenta un importantissimo passo avanti verso un più ampio processo di decarbonizzazione, assolutamente indispensabile, secondo la comunità scientifica internazionale, per tentare di contrastare i più gravi effetti dei cambiamenti climatici in atto.
Ora, però, è necessario che alla dichiarazione della SEN seguano provvedimenti e politiche: come tutti gli obiettivi, infatti, anche quello del phase out dal carbone, necessita di azioni concrete e operative oppure rischia di rimanere sulla carta: per questa ragione da domani il WWF chiederà al governo di dar corso alle norme attuative, tenendo conto delle indicazioni contenute nel rapporto “Politiche e misure per accelerare la transizione energetica e l’uscita dall’uso del carbone nel settore elettrico”, in cui si dimostra  come l’introduzione di adeguate regole finanziarie e meccanismi fiscali non solo possa facilitare l’uscita dal carbone, ma possa tradursi in un vantaggio economico per il nostro Paese.  
Altro aspetto certamente positivo della SEN, è rappresentato dall’aver accolto l’obiettivo 55% di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030, che costituisce un punto imprescindibile non solo verso la decarbonizzazione ma anche verso una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti energetici visto che le fonti di energia rinnovabile (FER) non devono dipendere da  importazione esterne.
Ovviamente le rinnovabili vanno accompagnate con adeguati sistemi di accumulo che devono essere efficienti e sinergicamente funzionali anche a sistemi di generazioni sempre più distribuita. Uno degli aspetti probabilmente più critici della nuova SEN è però continuare a puntare sul gas, intendendo erroneamente questo combustibile come adeguato a un serio processo di decarbonizzazione.

 La letteratura scientifica ci dice invece come il gas, seppur dotato di performance ambientali migliori del carbone, non debba essere oggetto di massicci investimenti in una fase di transizione già iniziata e avanzata, giacché questo impedirebbe di puntare sulle tecnologie a zero carbonio e, quindi, non consentirebbe di conseguire gli obiettivi climatici stabiliti dall’accordo di Parigi (ossia di contenere l’innalzamento delle temperature planetarie entro i 2°C rispetto al periodo preindustriale, puntando a 1,5°C).
Oggi occorre puntare direttamente sulle fonti rinnovabili, come il WWF ha evidenziato anche nel rapporto “Obiettivo 2050 per una roadmap energetica al 2050, rinnovabili, efficienza, decarbonizzazione”, in cui venivano fornite proposte tecniche concrete per tracciare  uno scenario energetico 100% rinnovabile al 2050 compatibile con gli obiettivi di policy indicati dall'Unione Europea), sull’efficienza e sul risparmio energetico, su sistemi di accumulo efficienti, sulle smart grid, su un massiccio riassetto nel sistema dei trasporti. Disperdere risorse su tecnologie “non definitive” rappresenta solo un spreco di denaro e di tempo che il pianeta, come è ormai evidente a tutti, non può permettersi.

09 novembre 2017

WWF E CLIENTEARTH, RICORSO A TAR LAZIO CONTRO RINNOVO AUTORIZZAZIONI CENTRALE A CARBONE ENEL BRINDISI

Tratto da Puglialive
CARBONE: WWF E CLIENTEARTH, RICORSO A TAR LAZIO CONTRO RINNOVO AUTORIZZAZIONI CENTRALE ENEL BRINDISI

Le due Associazioni contro la centrale a carbone più inquinante d’Italia: situazione drammatica dal punto di vista della salute pubblica e dell'ambiente

Il WWF Italia e ClientEarth hanno presentato ricorso al TAR del Lazio contro l’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata alla centrale ENEL “Federico II” di Brindisi, la più grande centrale a carbone d’Italia e quella che emette più sostanze inquinanti e CO2 (13,11 milioni di tonnellate nel solo 2015), estesa al 2028 con un decreto del luglio scorso. L’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) che le associazioni ritengono illegittima, rilasciata il 3 luglio 2017, consentirebbe all’impianto di funzionare fino al 2028, nonostante la situazione già grave.

Quattro i principali motivi del ricorso. Innanzitutto, l’Autorizzazione è stata rilasciata per l’ennesima volta senza alcuna Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), dopo un primo dissenso del ministro della Salute e del Comune di Brindisi, superato a seguito dell’intervento del Consiglio dei ministri.
Da 24 anni la centrale Enel di Brindisi Sud opera senza essere mai stata sottoposta a valutazioni di impatto ambientale e sanitario di alcun tipo. Per WWF e ClientEarth questa situazione di illegittimità deve avere fine.
Altro punto nevralgico del ricorso depositato dalle due associazioni riguarda gli impatti sanitari devastanti e più volte ignorati.

I risultati di un recente studio [1] realizzato dall’Arpa Puglia dimostra come ad una maggiore esposizione alle poveri sottili e all’anidride solforosa di origine industriale, corrisponda un aumento della mortalità per tumore, di patologie cardiovascolari e respiratorie. I principali risultati dello studio sono stati resi noti dall’Agenzia Regionale Sanitaria – ARES il 20 settembre 2016, quasi un anno prima del rilascio della nuova AIA, in una audizione alla Commissione Ambientale del Senato specificatamente dedicata alla centrale ENEL Federico II di Brindisi. Ma sono stati completamente ignorati nella procedura di rinnovo dell’AIA.

“Dietro questi fatti c’è la sofferenza di moltissime persone e di un’intera comunità”. Ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia. “La centrale di Brindisi è il simbolo della battaglia WWF per chiudere con il carbone, per la tutela della salute dei cittadini, del territorio e del clima globale. La storia di grande inquinamento che ha colpito una delle località più belle di Italia deve vedere la parola fine; ora deve iniziare il futuro del rilancio di un territorio naturalmente vocato allo sviluppo pulito e rinnovabile. Vorremmo da parte di tutti un impegno visibile e concreto a favore di un radicale e tempestivo cambio di rotta, ponendo fine alle produzioni inquinanti e risanando l’area”.

“Le emissioni industriali hanno contribuito a creare una situazione sanitaria critica nel territorio di Brindisi”, ha aggiunto Ugo Taddei, avvocato di ClientEarth, no profit europea specializzata in controversie legali nel campo della protezione dell’ambiente e della salute, con azioni avviate in tutta Europa. pgl

“È incredibile che un nuovo permesso sia stato concesso senza alcuna valutazione degli impatti sulla popolazione locale. Non esistono cittadini di serie A e serie B: abbiamo tutti diritto a vivere in un ambiente sano e pulito. Esiste un obbligo giuridico e morale di utilizzare le migliori tecniche disponibili per tutelare la salute e siamo intenzionati a farlo rispettare anche nella centrale di Brindisi”.
Tra i principali imputati del disastro sanitario descritto nello studio epidemiologico della Regione Puglia ci sono, infatti, i livelli eccessivi di emissioni, terzo punto di censura del ricorso. Per molte delle sostanze inquinanti, non sono rispettati i parametri di legge per abbattere in modo più efficace gli inquinanti emessi dall’impianto.
E, infine, oltre il danno la beffa: il trattamento dei rifiuti. La nuova AIA è gravemente carente per quanto riguarda le prescrizioni in materia di smaltimento dei rifiuti. Eppure, secondo quanto contestato dalla magistratura penale in un recente atto di sequestro, i rifiuti pericolosi e non pericolosi prodotti dalla Centrale Enel Federico II di Brindisi sarebbero stati mischiati insieme, con un indebito profitto contestato dalla magistratura di circa mezzo miliardo di euro in cinque anni.
“Nei giorni scorsi i ministri Calenda e Galletti hanno annunciato che la Strategia Energetica Nazionale ha individuato tra gli obiettivi la chiusura di tutte le centrali a carbone italiane entro il 2025: una decisione che appoggiamo convintamente. WWF e Client Earth si augurano che tale decisione diventi operativa nel più breve tempo possibile per salvare vite umane e consentire da subito la transizione verso le energie rinnovabili”, conclude Mariagrazia Midulla.

Il WWF, da diversi anni, è impegnato, con altre associazioni e gruppi di cittadini, in azioni di studio, confronto, convincimento, ma anche iniziativa legale contro le centrali a carbone: l’Associazione ha lavorato con successo per scongiurare la conversione a carbone del vecchio impianto a olio combustibile di Porto Tolle. Sempre sul fronte legale, e non solo, è stata impegnata contro il progetto di costruzione di un nuovo impianto a carbone a Saline Joniche: il progetto è stato alla fine ritirato. Analogamente il WWF ha presentato ricorsi al TAR per contrastare l’AIA dei due gruppi a carbone della centrale Tirreno Power di Vado Ligure e nei giorni scorsi si è costituita parte civile all'udienza preliminare nel processo iniziato a Savona che vede i manager di quest'ultima società imputati per il delitto di disastro ambientale e sanitario.

ClientEarth è la prima organizzazione ad occuparsi nell’interesse pubblico di diritto dell’ambiente in Europa. Da molti anni ClientEarth conduce azioni legali in tutta Europa per assicurare il diritto a respirare un’aria pura e la chiusura di centrali a carbone inquinanti. In tale quadro, ha ottenuto condanne contro governi in Regno Unito, Germania e, nel febbraio 2017, ha forzato la giunta regionale della Lombardia ad intraprendere l’aggiornamento del piano regionale di interventi sulla qualità dell’aria. La collaborazione tra WWF e ClientEarth contro l’AIA illegittima rilasciata alla centrale Federico II di Brindisi è un altro tassello di questa lunga battaglia contro il carbone in Italia e Europa.

DivestTheGlobe : banche accusate di finanziare l’inquinamento

Tratto da Osservatorio diritti

Ambiente: banche accusate di finanziare l’inquinamento


Ambiente: banche accusate di finanziare l’inquinamento 

La campagna globale #DivestTheGlobe chiede ai maggiori gruppi bancari del Pianeta di smetterla di investire in progetti dall'alto impatto ambientale. Per gli attivisti «ad oggi gli impegni in materia di cambiamento climatico sono totalmente inadeguati e devono essere rafforzati»

Mercoledì 25 ottobre un gruppo di attivisti per i diritti dei popoli indigeni e per la giustizia climatica ha manifestato davanti alla sede di Credit Suisse, a Ginevra. L’azione, cui hanno partecipato persone provenienti da tutto il mondo, era parte di una campagna più ampia, #DivestTheGlobe, che in quei giorni ha chiesto in Europa, Canada e Stati Uniti ai maggiori gruppi bancari del Pianeta di non investire in progetti dall’alto impatto ambientale, come oleodotti, centrali termoelettriche a carbone o mega centrali idroelettriche.
La data prescelta è quella di chiusura della riunione annuale dell’Equator Principles Association (Epa), che dal 23 ottobre ha richiamato a San Paolo, in Brasile, rappresentanti dei 91 istituti di credito associati, tra cui le italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit.
Chi ha sottoscritto gli Equator Principles dovrebbe garantire che «i progetti finanziati o che seguiamo come consulenti siano sviluppati in modo socialmente responsabile e rispecchino pratiche solide di gestione dell’ambiente». Ma questo non avviene sempre.

L’oleodotto Usa che viola i diritti umani degli indigeni

Per esemplificare come gli Equator Principles potrebbero modificare l’approccio delle banche, BankTrack, una ong olandese che monitora il ruolo della finanza nei processi di sviluppo e in merito alla violazione dei diritti umani, cita l’esempio del Dakota Access Pipeline (Dapl), un oleodotto di quasi 2 mila chilometri negli Stati Uniti d’America.
Si tratta di un progetto congelato dal governo Obama e riattivato da Donald Trump che non rispetterebbe i principi perché «viola il diritto degli indigeni locali ad esprimere il proprio eventuale consenso al progetto in modo libero, informato e prima che lo stesso venga approvato». Mettendo a rischio anche le risorse di acqua potabile delle tribù Sioux di Standing Rock, come spiega una lettera inviata, tra gli altri, all’amministratore delegato di Intesa SanpaoloCarlo Messina.

Per le banche è un problema di reputazione

La vicenda dell’oleodotto tra il Nord Dakota e l’Illinois, definito sul sito del progetto «il modo più sicuro e più sensibile all’ambiente di portare il petrolio dai pozzi ai consumatori Usa», è esemplare perché ha portato un gruppo di banche a riflettere sul proprio ruolo, e sull’inadeguatezza degli Equator Principles.
ambiente banche
Foto tratta dalla pagina Facebook di DeFund DAPL
Abn Amro, Bnp Paribas, Bbva, Credit Agricole, Fmo, Intesa Sanpaolo, Natixis, Nibc, Rabobank e Société Générale, infatti, hanno inviato una lettera all’Equator Principles Association, che ha sede nel Regno Unito, denunciando come la vicenda avesse contribuito a «danneggiare la reputazione» degli istituti coinvolti e dell’intera associazione e chiedendo l’avvio di una revisione degli standard socio-ambientali definiti dagli Equator Principles. Tra gli istituti di credito firmatari, ben cinque – BbvaCredit AgricoleIntesa SanpaoloNatixis e Société Générale – hanno preso parte al prestito per la costruzione del Dakota Access Pipeline.

Rispetto dell’ambiente: principi banche «indadeguati»

Secondo Johan Frijnsdirettore di BankTrack, «i cambiamenti richiesti rappresenterebbero un passo nella giusta direzione, quella di assicurare che gli Equator Principles possano rispondere in modo adeguato ad un mondo post-Accordo di Parigi». Frijns ha anche detto:
«Ad oggi gli impegni in materia di cambiamenti climatici sono totalmente inadeguati e dovrebbero essere rafforzati. Crediamo che l’Epa sia consapevole che un insieme di principi che sono stati rivisti in modo solo parziale a partire dalla loro scrittura nel 2003 non possano più offrire alle banche strumenti adeguati per affrontare il tema del rischio climatico».